Natale di traverso

duealberiLe vedevo dalla camera d’albergo. Ogni volta che mi mandavano a New York. Forse per questo motivo non sono mai andato a visitarle.
Bastava che mi affacciassi dal trentaquattresimo piano del Millennium Hotel per vedere lo Skyline di Manhattan dal di dentro: loro, le Torri Gemelle, in lontananza; poi l’Empire State Building e, vicinissimo, l’edificio a punta della Chrysler… Più giù, più in basso, spiavo quei terrazzi che i newyorchesi addobbano come dei giardini pensili o come fossero direttamente in riva al mare. Sdraio, barbecue, ombrelloni e prato rigorosamente sintetico. Spesso, una piscina. Da lì, può darsi, mentre approfittavano degli ultimi scampoli d’estate, coi piedi a mollo, la birra ghiacciata in una mano e l’immancabile sigaro king size nell’altra; da lì, può darsi, alcuni avranno visto un aereo di linea troppo basso, troppo vicino e… troppo infuocato, dopo l’impatto con i vetri e il cemento della prima torre. E poi quell’altro, infilarsi preciso nella sua gemella, quando la birra ed il sigaro avevano lasciato il posto al cellulare ed al telecomando. Per fornire e ricevere notizie. Simultaneamente.

* * *

Le vedevo dalla camera d’albergo. Mi svegliavo all’alba, per via del fuso orario, e le vedevo arrossire per prime ai raggi del sole. Immaginando che, a quell’ora, soltanto le squadre delle pulizie le occupassero. Donne e uomini con le tute azzurre, padroni dello spazio immenso. Poi non ci pensavo più e scendevo a fare colazione.
In strada guardavo gli americani, con grossi bicchieri di caffè tra le mani per svegliarsi a tutti i costi, sbadigli cinematografici per camminare più ossigenati e cuffiette stereo per incamerare suoni più dolci, prima di affrontare, nei loro uffici, quelli sgradevoli delle fotocopiatrici e dei telefoni.
Ricordo, pochissimi giorni prima della tragedia, di essere capitato lì una domenica.
Nessuna giacca e cravatta, nessun ufficio da raggiungere. Ho camminato nel fitto reticolo di strade per il giorno intero. Incrociando gli sguardi di tutte le razze, scambiando parole in tutte le lingue, cedendo il passo a più donne arabe e indiane che americane. Domenica, giorno di mercatini, di panchine, di musiche e fiorai. Un sole caldo e complice ci disegnava addosso sorrisi involontari e una contentezza inspiegabile. Veniva da pensare che, in fondo, poteva essere davvero bello vivere lì con loro, confondersi in un magma indistinto di colori della pelle, accenti e idiomi differenti, modi di fare e modi di vivere… Fa niente che da noi c’è ancora la pena di morte; fa niente che le nostre guerre nascondono sempre interessi economici e vittime innocenti; fa niente che i nostri ragazzi sono tornati “vagamente turbati” da alcune missioni militari all’altro capo del mondo; fa niente che al di là di un oceano e al di sotto di una costa meridionale ci sono milioni di persone che muoiono di fame anche per causa nostra!
In fondo, mica vorremo rovinarci una soleggiata domenica di inizio settembre…
Qualche giorno dopo, c’ha pensato un pazzo con la barba lunga un palmo, a risvegliare tutti dal bel sogno, a rovinarci le giornate da tre mesi a questa parte. Un Babbo Natale con gli occhi infuocati che ci ha portato, in anticipo, doni nefasti e inattesi. Glieli abbiamo restituiti, i suoi pacchi bomba, eccome! Rispediti al mittente, moltiplicati nel numero: passeranno un Natale peggiore del nostro, lui e i suoi compaesani! Ed anche la prossima Pasqua, se è possibile… Ma Natale arriva ugualmente. Puntuale. E dobbiamo essere allegri per forza…
Ricordo quando ero bambino. Prima arrivava Babbo Natale, quello vero, poi cominciavano i litigi dei miei genitori. Immancabili come il presepe con le lucine. Sembrava che le feste catalizzassero gli attriti tra loro, i bocconi amari ingoiati per un anno intero, le rispostacce trattenute…
Un incubo: essere allegri per forza, aprire regali con un sorriso stampato, mangiare gli spaghetti con le vongole chiedendosi soltanto: “quando faranno pace?”.
Oggi, che non sono più bambino, mi hanno rimandato a New York. Proprio in questa intempestiva festività.
Se voglio trovare un po’ di allegria, posso raggiungere Times Square per vedere i maxi schermi colorati, le pubblicità accattivanti, gli spettacoli per bambini, i palloncini, lo zucchero filato, i negozi in festa. Stirare un sorriso per scacciare le bombe, il carbonchio, le maschere anti-gas, le macerie…
Persino la direzione dell’albergo mi ha fatto un regalo: una stanza che affaccia sull’East river invece che verso i grattacieli. Da qui non posso vederle. E nemmeno sapere che non ci sono più.
Una dinamica… tipica. Annullare, per non “voler” vedere. Posso forse inorridire, accendendo la tv, per i bombardamenti in Afghanistan, Iraq, Sudan e così via? No.
Ma posso comprare l’ultimo ritrovato in materia di idromassaggi, microonde, aspirapolvere… per fare un regalo!

* * *

Penso che anche stavolta la festa mi andrà di traverso. Mangiando una maxi bistecca sulla Quinta Strada, mi chiederò soltanto: “quando ci sarà pace?”.

© Paolo Izzo – Racconto pubblicato su Il Denaro
con il titolo “Quel cielo senza più torri”

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