“Il Concerto”, una armonia suprema

immagine per IL CONCERTONello straordinario caso de “Il Concerto”, il tempo e l’energia che si consumano a scrivere e a leggere la recensione di un film, andrebbero più proficuamente impiegati per scendere in strada e trascinare fisicamente le persone nelle sale dove, da domani, verrà proiettato il nuovo capolavoro del regista Radu Mihaileanu. Anche perché le parole sembrano essere del tutto inadeguate per raccontare le due ore di emozione pura che questa geniale pellicola riesce a trasmettere.
Fa bene dentro, questo film. A inconscio e cuore. Quando sembra sciogliersi un nodo in gola, ecco che se ne intreccia subito un altro. Poi un altro. Un altro ancora. E, in questo fondo di commozione, gorgogliano a intermittenza regolare fragorose risate per le scene esilaranti e al limite dell’incredibile. Un melting pot di gioia e lacrime che ha il ritmo della musica tzigana. Intrecciato allo struggente Čajkovskij del Concerto per Violino e Orchestra in Re maggiore, che percorre come un brivido l’intero lungometraggio. Unito alle interpretazioni di un attore più bravo dell’altro e a un montaggio davvero magistrale. Una musica, un’orchestra.
La trama è semplice e fulminea come un innamoramento. Ai tempi di Brežnev, il direttore d’orchestra del Bolshoi di Mosca, conosciuto e osannato in tutto il mondo, viene licenziato durante un concerto, “il” concerto, per essersi rifiutato di separarsi dai suoi musicisti ebrei, come aveva imposto il regime sul finire degli anni ’70. La sua vita, come quella dei compagni artisti, è “interrotta”, le loro ali tarpate, e nemmeno la caduta del Muro li riscatterà veramente dalle loro esistenze (e lavori) umili. Così per trenta lunghissimi anni. Fino alla sera in cui, l’ex direttore d’orchestra, ancora impiegato al Bolshoi, ma come… addetto alle pulizie, intercetta un fax del Théâtre du Châtelet di Parigi. E’ un invito per un concerto, una sola data, un’occasione unica. Andreï Filipov se ne impossessa, lo nasconde, riunisce i “suoi” e vola a Parigi, spacciando se stesso e gli altri per l’Orchestra ufficiale del Bolshoi e sperando che arrivi per tutti loro la tanto attesa rivincita.
Comincia così un’avventura che ha tanti spunti da poterci realizzare decine di film; primo su tutti, l’incontro tra etnie, nazionalità e culture diverse: russi, ebrei, zingari, francesi, ma anche intellettuali spocchiosi e musicisti ubriaconi, saltimbanchi e affaristi, disillusi e caparbi. C’è la nuova Russia, prima di tutto, dove convivono vittime e antichi aguzzini che finiscono per collaborare, pur odiandosi; dove il popolo rom, come ovunque, sopravvive tra geniale creatività ed espedienti d’ogni sorta; dove la mafia ha preso il posto del regime comunista e dove si spara solo perché al matrimonio di una famiglia sono stati reclutati più invitati che al matrimonio dell’altra; c’è il magnate dell’industria che si improvvisa violoncellista; c’è la lingua francese che riaffiora da passati splendori in tutta la sua ingenua vetustà (il film sarebbe da vedere in lingua originale con i sottotitoli!). C’è la musica, dentro tutto, attraverso tutto: come un motore, come una meta. Ci sono, sullo sfondo, glaciali e nevosi, i fatti tragici della Storia. Ci sono le discriminazioni grandi e piccole, che sopravvivono anche in persone cosiddette “intelligenti” e colte. Ad esse si reagisce con la fantasia, con la creatività… C’è la resistenza umana, la dignità umana, l’umanità stessa.
Ma non si crogiola nelle riflessioni, “Il Concerto”. E, al contempo, non vi darà alcuna tregua. Non c’è una scena perdibile, non un momento per razionalizzare le immagini che scorrono davanti agli occhi e dentro la pancia, pervasive e sublimi come le note tormentate e splendide di Čajkovskij, un altro che cercava l’“armonia suprema”, forse per reagire all’ottusità degli altri. Come lo stesso Radu Mihaileanu, che trova quella “armonia suprema” con il suo nuovo lavoro; lui rumeno, ebreo e un po’ zingaro, fuori dagli schemi, allergico ai poteri costituiti che, alla domanda (sicuramente retorica) di una bella giornalista francese sul perché i gitani – ancora oggi – fanno paura, risponde: “per la loro diversità, per la loro genialità”. Parlava anche un po’ per il se stesso degli inizi, Radu, quando cercava di realizzare un altro splendido film, quel bellissimo “Train de vie” che ci ha fatto ridere e piangere allo stesso modo pochi anni fa, “n’est ce pas?”.

© Paolo Izzo
Recensione pubblicata su Agenzia Radicale

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