“Io sono l’amore”. La tragedia comincia da una ‘Festen’

io sono l amore posterL’inquietudine pervade lo spettatore dai primi fotogrammi. O forse è la musica (John Adams!), che già incalza sui titoli di testa. Eppure la Milano elegante e fredda, insieme alle riprese degli interni di una casa grande e lussuosa, dei cibi perfetti preparati e serviti da uno stuolo di domestici, suggerirebbero quasi quella strana calma de “L’età dell’innocenza” di Martin Scorsese.
No. Luca Guadagnino ha deciso di rapirti sin dall’inizio, quando ancora non hai zittito tutti i tuoi vicini di posto, ancora dubbiosi di aver scelto il film giusto nella caotica multisala romana dove sei capitato. O, forse, la signora con il toupé alto che impedisce a sei file di poltrone la visione dello schermo o il vecchio signore profumato di incenso, sciarpa di seta e bastone, hanno già intuito che questo film parla anche di loro, delle loro esistenze materiali. Ipocrite. E si sentono a disagio.
La famiglia Recchi possiede un’industria tessile, da generazioni. Il fondatore, il nonno, il padre padrone (un grande Gabriele Ferzetti) sente, con rabbioso dolore, che è giunta l’ora di lasciare la guida dell’azienda. Lo dirà alla cena del suo compleanno, cui partecipa tutta la famiglia, ciascuno arrivando a tavola con il suo carico di ansie e cambiamenti, di tensioni e non-detti. Superficialità affettiva e profondità degli odii. Alta borghesia, basso impero.
Il nonno “non ama le sorprese”: non tollera che l’unica nipote femmina cambi, da pittrice a fotografa, senza averlo avvertito; o che il nipote prediletto, che porta ovviamente il suo nome, abbia perso l’ultima gara di canottaggio. Già deve digerire Tancredi, il figlio smidollato e senza carisma, cui i diritti di successione imporranno, suo malgrado, di affidare il vertice della sua fabbrica… Lui è abituato a comandare, a decidere per tutti, a controllare ogni dettaglio, ma sente che perde colpi, che la sua fine è vicina. E opta per un ultimo colpo di coda: affiancare a suo figlio il figlio di lui, Edoardo jr. (Flavio Parenti), quello che proprio nel giorno del suo compleanno ha deciso di perdere per la prima volta una gara. Brutto segno, ma forse quel ragazzo sensibile, riflessivo e solare saprà far rispettare la tradizione, saprà preservare e difendere le sue idee: è l’ultima chance.
Invece è l’inizio della tragedia. E proprio da questa “Festen” di famiglia (il ricordo corre spesso al film di Thomas Vinterberg) comincia la tragedia, greca e shakespeariana insieme, del bellissimo film di Guadagnino: “Io sono l’amore”. L’inquietudine dell’inizio non molla nemmeno un istante e stai lì a chiederti che cosa sia, forse Edoardo è innamorato dell’amico cuoco che l’ha battuto con la canoa? Oppure è proprio lui, Antonio (Edoardo Gabbriellini), che mischia una sorta di “rabbia di classe” alla calma determinazione di chi vuole “farsi da solo”, a provare attrazione per il ricchissimo amico? No: sarà la fidanzata di Edoardo, già così energicamente – e fastidiosamente – calata nel ruolo della “moglie del capo”, come lo fu la “nonna” (Marisa Berenson). No: sarà Gianluca, il figlio-fratello secondogenito invidioso, quello che nessuno ama davvero. O il personaggio interpretato da Alba Rohrwacher, la giovane pittrice fotografa, schiacciata dalla famiglia; voglia di scappare e di essere diversa, troppo diversa, fino al limite di essere uguale. O è proprio il padre (un Pippo Delbono mai visto così bravo) che il suo primogenito, pur invidiandolo sommessamente per l’amore naturale che riceve, se lo ritrova al fianco nella conduzione della fabbrica. Acqua, acqua, acqua.
Nessuno ha ancora “visto” la donna bellissima e altera, di origine russa, precisa al limite della mania, elegantissima, vero motore silenziato di ogni movimento della famiglia, di ogni odio e di ogni amore; straniera, moglie, madre. Fuoco, fuoco, fuoco. E’ Tilda Swinton, magnifica, geniale a impersonare questo fuoco sotto la brace, le emozioni sotto il viso impassibile, la vitalità trattenuta e pronta a esplodere, il disagio sopito di non appartenenza che aspetta soltanto un soffio per essere acceso e travolgere. E travolgersi. E’ lei stessa la scintilla della nostra inquietudine, che è la sua inquietudine. Ecco allora il passaggio dalla coltre milanese alla luce ligure, sotto la chiesa ortodossa russa di Sanremo, dove la donna ritrova la sua nascita, la sua speranza, il suo essere altra, diversa, identità. La sua capacità di innamorarsi, di perdere la testa, di lasciarsi andare, finalmente. E il suo respiro riempie la sala buia di questo cinema. E le immagini di un amore nei campi, nel sole, nella bellezza ci raccontano la trasformazione di una donna, la sua ribellione, la sua guarigione istantanea. Il grido di libertà che squarcia il silenzio.
Ma è una tragedia, “Io sono l’amore”. L’abbiamo detto all’inizio. E la sola “parola felicità immalinconisce”, porta sfortuna e “amor condusse noi a una morte”. La trasgressione, la conoscenza, il respiro si pagano. Prima o poi arriva la punizione per il peccato commesso. Eros e Thanatos (ancora e sempre?). Prima o poi, dicono quasi tutti, insieme all’amore arriva la morte. Anche Guadagnino. E noi, per questo, non lo perdoniamo. Anche se il suo film è straordinario.

© Paolo Izzo
Recensione pubblicata su Agenzia Radicale

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