La negazione della malattia mentale. “La psicoterapia è un atto medico”

Intervista a Massimo Fagioli

Professor Fagioli, pochissima ricerca psichiatrica è stata fatta da due secoli a questa parte e la malattia mentale viene affrontata da un lato cercando la molecola, il danno all’organo cervello e quindi il farmaco; dall’altro, affidando la psiche alla religione e alla psicanalisi. Come mai, ancora oggi, la malattia mentale viene “negata”?
Per parlare di negazione della malattia mentale bisogna partire dalla filosofia; bisogna purtroppo sentire un Galimberti che straparla sulla normalità della follia: quando andiamo a dormire, l’inconscio sarebbe follia perché non ha rapporti di spazio e di tempo con la realtà. Cioè: assoluta assenza di pensiero sulla possibilità che il pensiero cambi e da pensiero verbale della veglia e della coscienza diventi pensiero per immagini. E, in questo senso, si deve risalire fino a Kierkegaard, al suo “La malattia mortale” del 1849. Si deve fare un po’ di storia del pensiero occidentale, insomma. Sin dai tempi dell’antica Grecia si distinguevano follia e demenza: la follia era dei paranoici, dei profeti, degli esaltati, mentre la demenza era quella dei cerebropatici. Da lì si è passati all’ideologia cattolica, secondo cui nell’inconscio c’è il Male: la follia non l’accettano perché non vogliono profeti che non siano il loro Gesù, ma rimane la stregoneria. Nel Male c’è anche l’eretico che va bruciato come Giordano Bruno: possessione demoniaca, rapporto col demonio. Il Male attacca la “verità” delle sacre scritture.

Da allora ad oggi è cambiato qualcosa? Lei è stato sempre molto critico nei confronti della psichiatria organicistica, della psicanalisi, ma anche della cosiddetta anti-psichiatria alla Basaglia, per intenderci.
Anche qui bisogna fare un passo indietro nel tempo e c’entra sempre la filosofia. Sull’onda degli anni ’60 c’è un filone che passa da Heidegger, Binswanger e se vuoi anche da Sartre, che nessuno lega alla psichiatria, ma che dice molto chiaramente: la malattia mentale non esiste. Cambiano la parola pazzia in follia, per cui la follia è di originali, artisti, profeti, politici innovatori, persino dei geni, ma non è malattia mentale. E la follia va lasciata libera perché ce l’avremmo tutti, perché verrebbe fuori andando a dormire, non essendoci il rapporto con la realtà. Da lì, da quel decennio, arrivò l’idea di liberare i malati, perché sarebbero oppressi dalla Ragione; sarebbe oppresso questo irrazionale, che è follia. Anche nella prassi materiale non si fa più ricerca psichiatrica, bensì si costruisce un cavallo di cartapesta e si dice tutti liberi! E così i democristiani (e ricordiamo che i Radicali votarono contro), in concomitanza con il compromesso storico, fecero la famosa legge 180. Ricerca sulla malattia mentale non doveva esserci. Ed è chiaro lo sfondo cristiano cattolico, per cui rimane soltanto il rapporto con il diavolo, tanto che ancora circolano gli esorcisti: e l’Inquisizione cosa faceva con il malato di mente? Ammazzava, squartava, bruciava quello che pensava avesse fatto l’alleanza col diavolo.

Ci dica qualcosa della sua Teoria della nascita, della sua ricerca cinquantennale.
Ecco appunto. Io ho sempre detto, invece, che si deve fare ricerca sulla malattia mentale, sin dai tempi in cui da una parte c’era l’organicismo, l’elettrochoc e la cura di Sakel e dall’altra c’erano le nevrosi di cui si occupava la psicanalisi. Dissi: no! bisogna fare ricerca sulla malattia mentale e bisogna farla occupandosi di rapporto interumano! Perché la malattia mentale non si sviluppa per ragioni organiche, ma si sviluppa nel rapporto interumano, in particolare quello del primo anno di vita.

E quindi con il rapporto interumano va curata, cioè con la psicoterapia. Altro che tutti matti o tutti peccatori…
Proprio così. E’ la mia battaglia di una vita contro una psichiatria e soprattutto una filosofia cristiano-assistenzialista: come conferma Vattimo, quando sostiene che le basi teoriche della sinistra sarebbero Heidegger e il Cristianesimo… Sto cercando ancora di capire perché né filosofi né psichiatri hanno pensato una cosa diversa da queste assurdità.

Ci ha dovuto pensare la magistratura, con recenti sentenze, a rendere giustizia alla psicoterapia. Finalmente si dice che la psicoterapia deve avere il fine della cura per la guarigione e che pratiche come la psicanalisi non hanno fini terapeutici…
I magistrati fanno soltanto applicare la legge e a quanto ne so non vogliono dare lezioni. Eppure c’è tutta una cultura generale, fatta anche di giornali e giornalisti, di intellettuali che equiparano la psicanalisi alla psicoterapia e quindi vanno esplicitamente contro la legge e ignorano le numerose sentenze che ci sono state, fino a quella della Suprema Corte di Cassazione, in cui esplicitamente si dice che la psicoterapia è un fatto medico e che bisogna affrontare la malattia mentale, fare la diagnosi, impostare la prognosi, la cura per la guarigione: altro che follia “normale”, la psicoterapia è un atto medico che si occupa di una malattia. Perché questa precisazione importantissima non sia venuta dalla psichiatria, cioè dai medici, ancora non riesco a spiegarmelo.

Articolo pubblicato su IL MESE di Quaderni Radicali n.2 (dicembre 2011)

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