La Chiesa deve pagare il conto. Con gli arretrati

Intervista a Maurizio Turco

Qualche giorno fa il governo Monti ha finalmente accolto e approvato un Ordine del giorno proposto dai Radicali, con il quale si impegna ad abrogare ogni norma che preveda esenzioni o riduzioni fiscali e tributarie – in particolare ICI IRES IRAP – a favore di qualsiasi soggetto non profit che svolga attività commerciale anche in forma non esclusiva. Tra sigle e linguaggio burocratico, insomma, si parla dei tanti soldi che il Vaticano deve al nostro Paese; anche retroattivamente. Abbiamo intervistato il deputato Radicale Maurizio Turco che subito tiene a precisare…

Era un atto dovuto. Il governo prende finalmente atto delle Direttive europee sulla Concorrenza e si collega alla nostra denuncia alla Commissione europea di ormai cinque anni fa. Vero è che Mario Monti è stato Commissario europeo proprio alla Direzione generale della Concorrenza e c’è anche il particolare che Enzo Moavero, il nuovo Ministro per le Politiche europee, per anni altissimo dirigente della Commissione europea, negli ultimi tempi era anche giudice della Corte europea. Ma se non fosse arrivato questo Ordine del giorno, proprio in Corte europea avremmo vinto: sarebbero passati anni, ma più anni passano più aumentano gli arretrati! Perché la procedura che abbiamo attivato non porterebbe solamente al pagamento “d’ora in poi”, ma si terrà conto anche degli arretrati.

Come si è riusciti a tenere la vostra denuncia sotto silenzio per cinque anni?
Altro che sotto silenzio, c’è stata una vera opposizione! Noi parlamentari Radicali è dal 2006 che presentiamo questo Ordine del giorno votandolo insieme a Furio Colombo del Pd, a Francesco Nucara dei Repubblicani… e basta! I più benevoli erano quelli che si astenevano, cioè l’Italia dei Valori, ma gli altri tutti contro. Ci sono sempre state resistenze, anche assurde: all’inizio abbiamo presentato la denuncia sul decreto di Berlusconi che esentava totalmente gli enti non profit del Vaticano, anche se facevano attività commerciali; nell’agosto 2006 c’è stato poi il decreto Bersani, che introduceva la formulazione “non esclusivamente commerciali”, e anche questo l’abbiamo inviato alla Commissione europea, dicendo che non risolveva il problema, mentre lo Stato italiano affermava di sì; a settembre addirittura Padoa Schioppa istituiva una Commissione ministeriale per dirimere le questioni di interpretazione della formulazione appena approvata. Insomma c’è stato tutto un tira e molla tra le nostre comunicazioni e quelle dello Stato italiano, che faceva resistenza… Siccome non se ne usciva, ci siamo rivolti al Tribunale di primo grado della Corte europea di Giustizia che ha imposto alla Commissione europea di fare un’indagine approfondita e di chiudere tutto entro un anno e mezzo.

E siamo quasi arrivati all’oggi… Per questo dice che accogliere il vostro Ordine del giorno era un atto dovuto?
Sì, perché questa scadenza arriva a marzo-aprile del 2012. E se pure Monti non lo sapeva, sicuramente il ministro delle Politiche europee ha preso in mano il dossier ed era inevitabile a questo punto affrontare la questione. Per noi è una decisione che arriva con cinque anni di ritardo, quando la Commissione europea chiude questioni del genere in cinque mesi al massimo!

Quindi, oltre alle resistenze nel nostro Parlamento, ci sono state anche molte pressioni sulla stessa Commissione europea?
Il dibattito che si è sviluppato in questi ultimi giorni dimostra proprio questo. L’applicazione delle direttive europee non era più rinviabile. E non tanto per la rivolta su internet e su alcuni giornali, bensì per una questione temporale che va da quando Monti la prima volta sostiene «non ce ne siamo occupati» a quando da Bruxelles dice «so che la Commissione europea se ne sta occupando». Ed è a quel punto che intervengono Bagnasco, Bertone e tutti gli altri per dire: «parliamone».

Cioè il Vaticano esce dal silenzio e si arrende all’evidenza? Oppure è un altro trucco?

E’ una vera ingerenza! Perché questo è un problema tra lo Stato italiano e la Commissione europa, la Chiesa non c’entra niente. Perché, invece, è un problema di legalità. Nemmeno l’informazione ha saputo rilevarlo: pur dicendo, oggi, che la Chiesa deve dare quei soldi, i giornali non hanno mai posto il problema dei responsabili politici che hanno regalato alla Chiesa quei soldi, violando le leggi. Cioè, sui giornali se c’è uno scandalo va bene, se invece deve essere una questione di ragionamento e di principio, non se ne deve parlare. La questione della legalità evidentemente “non vende”.

Concludendo sui privilegi di cui lo Stato della Città del Vaticano gode indisturbato, rimarrebbe ancora quella fetta enorme della torta 8×1000 che lo Stato italiano elargisce ogni anno alla Chiesa cattolica. Cosa fanno i Radicali in questo senso?
Quella dell‘8×1000, pur non rientrando nelle direttive europee come ICI-IMU, IRES e IRAP, è una vera truffa di Stato. Su cui stiamo dando battaglia da tempo, almeno affinché la parte destinata allo Stato italiano venga utilizzata per informare, cioè almeno per entrare in concorrenza con una Chiesa che fa vere e proprie campagne per raccogliere le firme dell‘8×1000, mentre lo Stato non informa nessuno. E siamo arrivati alla conclusione che si debba arrivare alla Corte costituzionale: un deputato non lo può fare, perché non è previsto, ma potrebbe farlo invece un’altra confessione religiosa, come per esempio i valdesi.

Articolo pubblicato su Cronache Laiche

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