“Shame”, un film un “po’ porno”

«Tu / sei cattivo con me perché / ti svegli alle tre per guardare quei film un po’ porno». Cominciava così una geniale canzone di qualche anno fa, scritta e cantata da un duo chiamato non a caso “Il Genio”. Su un orecchiabile motivetto d’antan, la voce imbronciata e infantile di lei scandiva un tormentone piuttosto veritiero, che un po’ intrigava e un po’ frustrava. Un po’ porno, insomma, e un po’ vita reale. Quel motivetto azzeccato potrebbe anche riassumere la trama di Shame, il nuovo film di Steve McQueen interpretato da Michael Fassbender (né l’uno né l’altro sono i primi che vi vengono in mente a leggerne i nomi). Perché, appunto, questo film in uscita venerdì prossimo nelle sale italiane è un po’ porno. E perché proprio da lì parte l’idea dei suoi autori (c’è anche la co-sceneggiatrice Abi Morgan): a furia di porno uno diventa cattivo, che in senso laico vuol dire malato.
Ma Shame non è un film su cui sia facile ironizzare. Né tanto meno è una reinterpretazione, come lo era la citata Pop porno, di una canzone o meglio della scena musicale di un film francese (Godard, per l’esattezza). Shame è, al contrario, un film serio e piuttosto inedito. Freddo e inedito. Serio e inquietante. Perché è la storia per niente autocompiaciuta di un maschio contemporaneo qualsiasi, con un impiego dai ritmi frenetici e allo stesso tempo inutili, che passa il suo tempo libero immerso nell’industria del porno, cui si rivolge per sfogare lo stress quotidiano. E’ evidente sin dall’inizio che l’uomo in questione sia… un po’ porno e un po’ disturbato. E che le sue difficoltà ad avere relazioni interumane sane possano soltanto peggiorare. Perché è più un serial lover che un amante; perché non replica mai le “prestazioni” di una notte con la stessa partner; perché preferisce il sesso a pagamento o via cavo piuttosto che rapporti uomo donna reali, che magari lo mettano in discussione o che creino una dialettica con l’altro da sé.
No, il protagonista di questa storia – magistralmente interpretato da Fassbender – in fondo è un quarantenne traumatizzato: dai ritmi di un lavoro fatto di meetingbrainstormingbriefing e de-briefing, dalla famiglia d’origine, che non si vede ma incombe, e dal rapporto forse incestuoso con la sorella. La quale all’improvviso piomba (con le fattezze languide e burrose di Carey Mulligan) nella sua vita fatta di masturbazione rabbiosa, escort d’alto bordo e web-sesso meccanico, ossessivo, ripetitivo. E lo mette in crisi. Già, perché la sorella rappresenta il non detto, il mai indagato, il fantasma di qualcosa che si percepisce ma non si comprende. Che porta in profondità, con tutte le sue cicatrici superficiali, un’indagine su di sé mai azzardata prima.
E lo spettatore subisce quasi la stessa sorte: dapprima, se è un vero maschio alpha, lasciandosi intrigare da quel modo dissoluto e “libero” di vivere le storie di sesso; poi corrugando la fronte davanti alla crescente perversione angosciata del protagonista; fino a nutrire insieme a lui gli stessi sensi di colpa nei confronti degli affetti profondi, che aveva in qualche modo messo tra parentesi. Già, perché questo sembra essere il messaggio di Steve McQueen con il suo nuovo film: alla fine, se annulli gli altri, annulli te stesso. Diventi incapace, impotente, frustrato e anaffettivo, se cerchi di chiudere i rapporti umani fuori dal tuo essere… umano.
Perciò, andate a vedere Shame, ma siete avvertiti: è un po’ porno, un po’ moralista e un po’ fa stare male. Perché è la vita reale, com’è qualche volta la vita reale.

Cinema / “Shame” di Steve McQueen, con Michael Fassbender e Carey Mulligan

Articolo pubblicato su Agenzia Radicale

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