Escatologia italiota e Inquisizione preventiva

Il rumore nostrano intorno al lavoro teatrale Sul concetto di Volto nel Figlio di Dio puzzava di incenso lontano un miglio, a differenza della Francia, dove il dibattito si era mantenuto prevalentemente sul piano della libertà di rappresentazione e di espressione artistica. Da noi, all’ombra del Cupolone, è sempre diverso. E infatti, prima ancora che l’opera di Romeo Castellucci, in scena al teatro Franco Parenti di Milano, ricevesse l’ecumenica recensione di Vito Mancuso (prima pagina di Repubblica, giovedì scorso) e il contemporaneo placet dell’Avvenire, si poteva già intuire che ci saremmo trovati di fronte a una diatriba filosofica catto-centrica: Gesù, Dio e come l’essere umano deve “credere” all’uno e all’altro.
Se qualcuno pensava a un nuovo caso Agorà, il film su Ipazia di Alejandro Amenàbar che tante difficoltà ebbe ad essere distribuito qui da noi, rimarrà deluso. Perché il tenore della discussione italiana, già dalle prime cautele dello stesso autore – che ha definito la sua opera “profondamente cristiana” – o dal “grido al creatore” sottolineato dal quotidiano della Cei, sta virando oltretevere, con il consenziente fruscio delle tonache, ed il suo oggetto è e rimane il “credere” nel dio dei cattolici, nelle sue declinazioni possibili, anche estreme.
Al contrario, uno che persevera nel voler “pensare”, indagando laicamente l’umano senza aiutini dall’aldilà, è il regista Marco Bellocchio. Il quale, per aver annunciato di voler fare un film sulla vita e la morte, magari con uno sfondo di eutanasia, testamento biologico e stati vegetativi, ha già collezionato due censure e senza nemmeno aver girato il primo ciak (che è previsto lunedì prossimo): borsa chiusa della Regione Friuli, che gli ha negato i fondi per il film, e porte chiuse all’ospedale di Udine che ospitò per gli ultimi giorni il corpo di Eluana Englaro in forzato stato vegetativo, ma che non consentirà a Bellocchio riprese interne per il suo La bella addormentata. Cioè: non si sa ancora quasi niente del nuovo lavoro del regista piacentino, ma non sia mai che possa trattarsi di un film laico! E allora, tutti in fila verso l’acquasantiera, battendosi il petto e salmodiando “io con Bellocchio non c’entro, io con l’eutanasia non c’entro, io con il testamento biologico non c’entro”. E così, in perfetto stile italiano, mentre il caso Castellucci si innalza verso un trascendentale, quanto astratto, dibattito escatologico, il Maestro Bellocchio deve fare concreti conti con una Inquisizione molto terrena e, soprattutto, preventiva.

Articolo pubblicato su Cronache Laiche

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