«Se ciascuno di noi fosse più eretico»

Intervista ad Anna Maria Panzera

Il 17 febbraio 1600, come molti sanno ma pochi ricordano, il filosofo Giordano Bruno fu arso vivo per ordine della Chiesa cattolica in Campo de’ Fiori a Roma. Dal Vaticano non è mai arrivato un ufficiale mea culpa per quell’orrendo crimine e per i tanti altri roghi e torture contro eretici e streghe. Anzi, proprio alla vigilia di quell’anniversario, Ratzinger e i suoi celebrano un’altra ricorrenza: la firma dei famigerati Patti Lateranensi con l’Italia di Mussolini: subdola coincidenza che avrà il solito effetto di scalzare dalla memoria e dall’attenzione l’immagine del frate di Nola, l’Eretico per eccellenza. Noi, invece, vogliamo ricordarlo con la storica dell’arte Anna Maria Panzera, autrice del bellissimo saggio “Caravaggio, Giordano Bruno e l’invisibile natura delle cose” (L’Asino d’oro edizioni), in cui rileva con accuratezza e sensibilità la consonanza tra i due miti del Rinascimento, «due ribelli e, ciascuno a proprio modo, due pensatori in conflitto con l’ambiente nel quale vissero».

Professoressa Panzera, nel suo libro racconta che la ricerca e la ribellione di Giordano Bruno e Caravaggio sono mosse da un afflato comune, sebbene i due non si siano mai incontrati e forse nemmeno conosciuti. In cosa consiste la risonanza tra i due?
Certamente i due personaggi non si sono conosciuti e nemmeno è da supporre che l’uno o l’altro possano essersi trovati di fronte alle rispettive opere. Tuttavia li accomuna, a mio parere, una sorta di consonanza direi… cromatica, oltre che di contenuti: i toni e il vigore delle parole dell’uno e delle pennellate dell’altro sembrano essere nati dalla risposta che entrambi dettero ai tempi nei quali vissero. Nelle rispettive discipline crearono un linguaggio nuovo: questo, nel filosofo era consapevolmente la forma della sua avversione alle false conoscenze e alle false dottrine; nel pittore era la reazione alla pedanteria delle accademie, che lo portò genialmente in uno spazio artistico d’avanguardia, capace di parlare ancora a noi moderni.

Alla fine del Cinquecento, in una data che lei colloca intorno al 1596, l’artista e il filosofo erano entrambi a Roma: l’uno «ascendeva alle vette della fama», l’altro era rinchiuso nelle prigioni dell’Inquisizione. Cioè, come scrive, «condivisero l’aria miasmatica della capitale pontificia». Per Giordano Bruno, quell’aria fu letale. E per Caravaggio?
La scelta di Caravaggio di andare a Roma lasciando Milano, può essere compresa – almeno fino a che non sopraggiungano documenti ulteriori – ricordando cosa fosse Roma in quegli anni. Corrotta ma potentissima, la corte pontificia era un mondo in movimento; il fitto tessuto clericale, con tutti i suoi organismi di controllo, si annodava anche a una compagine più aperta, fatta di artisti, di letterati, di mecenati attenti a scoprire e accaparrarsi le novità del momento. Era un ambiente stimolante, ricco di occasioni (qui Caravaggio conobbe un’immensa fama), ma anche senza scrupoli: una forbice tagliente, da maneggiare con una cura che il nostro pittore non sempre ebbe. Egli era ambizioso, geniale ma spesso imprudente. Voleva essere libero in un’epoca in cui predominava la cortigianeria; ma questa non gli apparteneva: inevitabile che l’ambiente cui aspirava appartenere si rivelasse in certo modo corrosivo.

Anna Maria Panzera

Già dal titolo – ma la ricerca è ben approfondita nel testo – lei richiama «l’invisibile natura delle cose» verso cui sia Bruno sia Caravaggio orientavano la loro ricerca. «Per entrambi – sottolinea – immaginare era la vita stessa». E’ questo voler “guardare oltre”, è la loro fantasia che li ha resi “eretici” nel senso più bello della parola?
Direi di sì, anche se un’affermazione così definitiva in questo senso la possiamo dare solo con la sensibilità dell’oggi. E’ certo, però, che Giordano Bruno fonda l’idea di un’umanità nuova sull’esigenza di riconoscere a essa l’autonomia del pensiero e sulla certezza che la mente umana possegga un metodo di conoscenza peculiare, ossia creare immagini. Per metterlo in atto, è indispensabile che l’uomo sappia di essere parte integrante della realtà, da cui può trarre innumerabili figure con cui nominare le proprie idee; il pensiero stesso è materia e non proviene da entità metafisiche, benché sia potenzialmente capace di superare i suoi limiti materiali. Caravaggio, da pittore, vive di immagini. Anche egli prende dalla realtà le forme e i contorni che servono alle sue rappresentazioni e dà materia al suo pensiero; con questo passaggio non produce semplici rispecchiamenti, ma inventa per quelle forme un senso nuovo, allusivo, più profondo.

Cosa ne sarebbe, ai giorni d’oggi, di un Giordano Bruno? E a quali guai andrebbe incontro la fantasia eretica di un Michelangelo Merisi da Caravaggio?
La domanda è difficile e difficile è dare una risposta univoca. Verrebbe da concludere troppo velocemente che il dissenso oggi non accende roghi, ma non evita l’esclusione, l’isolamento, la repressione. Ma il discorso si fa vago, troppo generico. Di sicuro, la millanteria dei potenti, o di qualunque “sistema” ideologico o corporativo, avrebbe bisogno che ciascuno di noi diventasse un po’ più eretico; l’arte chiede a gran voce la creazione di forme e contenuti attraverso cui ritrovare la presenza sociale e la potenza che fu delle avanguardie. Quando si entrasse in quest’ordine di idee, ci importerebbe dei guai?


Articolo pubblicato su Cronache Laiche

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