Obiezione di coscienza oggi, un problema anche semantico

Intervista a Chiara Lalli

Negli anni 70 a definirsi obiettori di coscienza erano coloro che, chiamati alla leva, si rifiutavano di usare le armi e, in nome di quel principio, non volevano svolgere il servizio militare. Le conseguenze, per loro, erano gravi e, prima di tutto, finivano in un carcere (militare) per lungo tempo. Da allora, l’obiezione di coscienza è stata inserita tra le possibilità di un cittadino e riconosciuta come un diritto, ma si è anche allargata ad altri settori, dominando soprattutto quello medico, in materia di interruzione di gravidanza da un lato e di fecondazione assistita dall’altro. Diffusamente e con precisione, ne parla la bioeticista Chiara Lalli nel suo ultimo volume C’è chi dice no – Dalla leva all’aborto. Come cambia l’obiezione di coscienza (Il Saggiatore), un saggio molto interessante su questi temi, declinati in tempi e modi molto diversi tra loro. L’abbiamo intervistata, puntando il nostro sguardo prevalentemente sulla interruzione di gravidanza, dove la versione moderna della cosiddetta obiezione fa più danni in assoluto.

Leggendo il suo libro, sembra che dagli anni 70 ad oggi si sia passati dall’obiezione di coscienza come diritto civile a un’altra forma di obiezione che, al contrario, viene puntata contro i diritti civili, soprattutto quelli delle donne. Mi sbaglio?
La prima questione è formale e terminologica. Nel senso che la mia premessa è che l’obiezione di coscienza genuina sia quella contra legem e cioè sia una azione, una scelta individuale che va contro un divieto o un obbligo: è come Antigone che si oppone al divieto di dare sepoltura al corpo del fratello. Chi si oppose all’obbligo di leva faceva altrettanto. Nel momento in cui accogliamo questa possibilità dentro una legge, perché non le cambiamo nome? Quando la leva era obbligatoria c’era soltanto un’opzione: a parte per quelli che venivano riformati, la chiamata  arrivava a tutti e se non volevi fare il servizio militare, facevi obiezione di coscienza e andavi quindi contro la legge (in galera). Da un certo punto in poi, quella alternativa è diventata una possibilità che la legge ha deciso di proteggere. Com’è possibile chiamare con lo stesso nome Antigone e il medico che decide di non eseguire un’interruzione di gravidanza, quando la prima si oppone a un divieto e il secondo invece è protetto dalla legge?

Lei sottolinea molto questo aspetto: nel caso della leva c’erano delle conseguenze per gli obiettori. Oggi, al contrario, un medico che si dichiari obiettore diventa quasi il vessillo di chi si oppone alla legge 194 o di chi ha scritto la legge 40.
Dopo tanti anni di battaglie siamo arrivati anche a questa semplificazione. Però non è corretto identificare gli obiettori di coscienza con i medici che non vogliono eseguire l’aborto. Ridurli, cioè, soltanto a questo. Perché quella che va sotto il nome di “obiezione di coscienza” varia da caso a caso. Per esempio, nel libro cerco di spiegare perché sono più d’accordo con il permettere la “esenzione” – questo secondo me è il termine più corretto – dalla sperimentazione animale piuttosto che nel caso della legge 194.

Che differenza c’è?
Nel primo caso, se sono uno scienziato, ma non voglio fare sperimentazione sugli animali, non vado a violare in senso forte nessun diritto altrui. Se invece faccio il medico nel pubblico, di fatto mi trovo ad avere di fronte un’altra persona: arriva una donna che mi chiede un’interruzione di gravidanza e io mi esento dicendo “no, io questo non lo faccio”. Anche se, almeno sulla carta, la legge 194 prende una posizione molto chiara in merito: dice che in questo conflitto di richieste, il diritto più forte dovrebbe essere quello della donna e il servizio di IVG dovrebbe essere sempre garantito.

Di fatto, però, è un principio che rimane soltanto sulla carta, visto che il numero di obiettori è cresciuto esponenzialmente e l’obiezione sono arrivati a dichiararla persino i farmacisti…
Questa è un’altra cosa ancora, perché si va proprio fuori dalla legge. Cioè non ci muoviamo più in quel recinto in cui ci domandiamo se c’è una cattiva interpretazione della legge oppure se ci sia qualcosa di sbagliato a monte. Nel caso di un farmacista che si dichiari obiettore, siamo proprio nell’illegalità: perché non c’è nessuna legge che glielo consenta. Anzi per loro è ancora in vigore il decreto regio del 1938 in cui si dice chiaramente che sono obbligati a vendere i farmaci richiesti. In più i farmacisti hanno il monopolio di questi farmaci, perché non si può andare al supermercato a comprarseli, pur avendo la prescrizione di un medico.

Tornando all’IVG, è evidente che nel momento in cui si formulava la legge 194 sia stato messo l’articolo sull’obiezione di coscienza per tutelare i medici dell’epoca, che avevano intrapreso ginecologia e ostetricia quando non era prevedibile di dover eseguire una interruzione di gravidanza. Adesso, per legge, tra le mansioni di un medico c’è anche l’aborto: gli specializzandi dovrebbero saperlo, no?
Infatti. Se tu scegli liberamente una professione, non si vede perché potresti poi in qualche modo sottrarti a un dovere professionale, ammesso che riusciamo a dimostrare che eseguire una IVG debba rientrare in quei doveri. Interrogandomi su quale sia la soluzione che più mi piacerebbe, io sono sempre per quella che garantisca il maggior numero possibile di libere scelte. Nel mio mondo ideale, diciamo così, sarebbe bello poter distinguere le scelte sofferte di alcuni da quelle “di comodo” di altri. Una corretta applicazione, per esempio, di quell’articolo 9 sull’esenzione in materia di aborto – che tutto sommato è un buon articolo – sarebbe auspicabile, a patto che vada rispettata anche la parte della legge che impone alla struttura sanitaria di garantire il servizio di IVG. In troppi casi pare che, al contrario, non ci sia la volontà di eliminare le conseguenze più disastrose di una applicazione estremamente disinvolta dell’obiezione di coscienza oggi. E’ chiaro che quando si arriva al 90 percento di operatori obiettori, la struttura non può fare molto per garantire il servizio!

Dall’inizio alla fine del suo libro riecheggia infatti questa domanda: “Che cosa faremmo se tutti i medici decidessero di essere obiettori di coscienza?”. Ecco, si è data una risposta?
Intanto non possiamo far finta di dormire, come dico alla fine del libro. Dobbiamo inventarci un modo per poter applicare sempre e bene la legge 194. Che resta una buona legge. Ma che rischia, in sostanza, di non potere essere nemmeno più applicata se andiamo avanti così.

Per concludere, non trova che – pensando anche alla legge 40 – ci sia la volontà di spostare tutto dal pubblico al privato, con il risultato di penalizzare – come al solito – le categorie più deboli?
E’ chiaro che ci sono anche queste zone d’ombra nell’obiezione di coscienza. E chi non è informato o chi non ha soldi è sempre il più danneggiato. Sono arrivati alla magistratura casi di medici, obiettori nel pubblico, che interrompevano gravidanze nel privato. Oppure di strutture sempre private dove, pur essendo vietato dalla legge, si eseguono interruzioni volontarie di gravidanza e poi nella cartella clinica si registra che c’è stato un avvio di aborto spontaneo e che quindi si è operato di conseguenza. Tra i casi che racconto nel libro, c’è persino il caso dell’usciere di un ospedale pubblico che “inviava” le pazienti a un medico privato (ma obiettore nel pubblico), con la scusa che avrebbero abortito più velocemente e con meno traumi. Ecco, alla fine delle indagini, l’unico risultato tangibile è stato che l’usciere è stato rimosso dall’incarico… E’ soprattutto per questo clima e per le condizioni in cui avviene che l’aborto, nel nostro Paese, è ancora vissuto come un trauma inenarrabile.

Articolo pubblicato su Cronache Laiche

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