Lastminute per Cuba, quasi all-inclusive

Il cinefilo attento potrebbe storcere il naso di fronte a “7 days in Havana”, in uscita oggi nelle sale italiane. Un film collettivo è sempre da prendere con le molle per il rischio di una sincopata superficialità e in più queste sette giornate cubane, firmate da altrettanti registi più o meno noti, rasentano spesso il cliché o la imprecisa cartolina per turisti.
A quel punto, l’unica cosa da fare per godersi senza riserve la pellicola è arrivare al cinema un po’ brilli, magari dopo un Cuba Libre o un Mojito, come sembra suggerire anche il fatto che tra gli sponsor del progetto ci sia l’etichetta nazionale cubana del rum.
Così, più rilassati, si potrà seguire il turista americano (“El Yuma”) che cerca l’avventura a tutti i costi in una notte fumosa e musicale, per poi trovarsi ubriaco alle prese con una ambigua stangona bionda (è il lunedì di Benicio Del Toro, alla sua prima prova da regista); oppure un altro turista d’eccellenza, il regista serbo Emir Kusturica nel ruolo di se stesso, anche lui pesantemente ubriaco e alle prese invece con il suo contrastato amore d’Oltreoceano e con un autista cubano che si rivela essere anche un formidabile trombettista (“Jam Session” di Pablo Trapero).
Quando il nostro Mojito comincerà a fare effetto, seguiremo con un sorriso ironico le sfumature e il racconto da telenovela della tentazione di Cecilia (firmata Julio Medem) di fuggire dal Paese: la splendida ragazza vuole seguire il suo sogno di brava cantante ed è melodrammaticamente divisa tra il giovane produttore spagnolo “innamorato” di lei e il muscoloso sportivo dal cuore tenero che ama fin da bambina. Poi saremo avvolti dall’atmosfera surreale, straniante e comica del racconto di Elia Suleiman, regista palestinese che dirige se stesso nell’episodio sicuramente più riuscito e divertente; il suo sguardo perplesso e la sua andatura smarrita ci traghetteranno, insieme ai fumi dell’alcol, ad altre due storie particolari: il “Ritual” di Gaspar Noé, dove tra ombre magiche e acque sulfuree una ragazza viene purificata per aver trascorso una notte con un’altra ragazza, e il simpatico episodio di Juan Carlos Tabìo, dolce e amara storia (come suggerisce il titolo stesso) di una coppia attempata che fa salti mortali e veglie notturne per sbarcare il lunario, nonostante lei sia anche una dottoressa…
Insomma, cartoline da Cuba. Sentimentali. L’Havana di ieri e di oggi. Quella che abbiamo visitato o che abbiamo letto nei romanzi, quella che ci hanno raccontato i “sognatori” di sinistra o la cronaca di una dittatura lunga e anche pesante (di cui manca un po’ traccia nel film). Fino al tempo presente, dove l’ultimo baluardo comunista ma soprattutto ateo sembra cedere il passo alla conversione, vedi la recente visita del Papa al vecchio Fidel. Questo presente, forse, ci viene raccontato dal regista francese Laurent Cantet, nell’ultimo episodio… domenicale: una donna che dice di parlare con la Madonna, impone a tutti i suoi amici e vicini di costruire un nuovo altare con effetti idrici (“La fuente”) per Nostra Signora, seguendo le indicazioni oniriche che le ha fornito la stessa Signora.
A quel punto il nostro sonno, dopo due ore di film, potrebbe prendere il sopravvento. Ma sarà sicuramente colpa del rum.

Cinema / “7 Days in Havana” di Benicio del Toro, Pablo Trapero, Julio Medem, Elia Suleiman, Gaspar Noé, Juan Carlos Tabìo, Laurent Cantet

Articolo pubblicato su Agenzia Radicale 

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