Il giro del mondo a Cortona

Il prossimo fine settimana dovreste passarlo a Cortona, in provincia di Arezzo. Per due validi motivi, forse tre. Il primo (cioè i primi due) è che Cortona è una cittadina molto bella e vitale e che i suoi abitanti sono tra i più ospitali e goderecci del centro-Italia. Il secondo è che sono gli ultimi giorni per visitare “Cortona On The Move”, un Festival internazionale di fotografia davvero notevole e ricco di suggestioni. Giunto soltanto alla sua seconda edizione e retto sempre sulle poche ma coraggiose spalle del trio Antonio Carloni, Nicola Tiezzi e Alessio Barbini, quest’anno “Cortona On The Move” si è avvalso della direzione artistica di Arianna Rinaldo ed ha già fatto importanti passi in avanti rispetto all’anno scorso, sia in termini di fotografi-artisti in mostra, sia per affluenza di pubblico (siamo quasi a 20.000 in due mesi). Inoltre, è grazie a questo Festival se sono stati riaperti al pubblico luoghi storici come l’antica e suggestiva chiesa di sant’Antonio e il vecchio ospedale (dove tra l’altro si può ammirare una sequenza di immagini dei cortonesi doc che si sono prestati al gioco di esporre le proprie foto d’antan).
Il tema delle mostre, dislocate in tutta la città, è – come l’anno scorso – il viaggio, nel senso più lato. Ed è un vero viaggio, infatti, nel tempo e nello spazio, interno ed esteriore, dantesco o psichedelico, quello di “Cortona On The Move”: perché si passa da un teatro a una piazza come dall’Artico di Nicolas Mingasson al Bangladesh o alle steppe mongole, da un parco dei divertimenti in Iraq o nei Territori Occupati in Palestina (Anoek Steketee, “Dream City”) alla tragedia di un terremoto (Jon Lowenstein, “Aftershock Haiti”), dagli stati mentali alterati di un gruppo di post-hippy americani (Kitra Cahana, “Nomadia”) a quelli riflessivi e mistici degli eremiti del terzo millennio (Carlo Bevilacqua, “Into the silence”). Incontrare cortonesi nelle strade e migranti nelle foto, italiani e turisti stranieri mischiati alle immagini (“Environmental migrants” di Alessandro Grassani) dei cosiddetti “profughi ambientali” (che scappano da violenti cambiamenti climatici) o di quei nomadi metropolitani ritratti da Cahana (che scappano forse da famiglie troppo “normali”). Spostamenti coatti o volontari, unicità di ogni essere umano di fronte all’idea di movimento. Immagini e diverse identità. In cammino. In viaggio. Con il rischio di rimanere spaesati come chi aspetta negli aeroporti di Giulio Di Sturco (“Aerotropolis”) o stralunati come… gli astronauti di Vincent Fournier (“Space Project”) in una surreale base della Nasa. Fino a smuovere persino la fede, come fa Christopher Churchill (“American Faith”), che ritrae tutte le declinazioni della religione negli Stati Uniti, senza risparmiarci l’ironia di una chiesa “espresso” per messe volanti o di una chiesa-mobile che porta il verbo ai camionisti nelle stazioni di servizio… O come suggerisce poeticamente Monika Bulaj con la sua magnifica “Aure” e quei veli che coprono le donne in tutto il mondo, variopinti e accesi nei colori, ma pur sempre veli, sotto gli sguardi barbuti e fondamentalisti di uomini in preghiera: immagini giganti, luci di chiese e moschee che si mischiano caravaggesche alle ombre della chiesa di sant’Antonio. E ancora giochi di luce, tra le sovraesposizioni di Massimo Siragusa per il suo “Teatro d’Italia” alla voluta sottoesposizione di Francesco Pergolesi (uno dei concorrenti per la sezione OFF) che delle sue foto mostra soltanto le prime immagini, quasi indefinite, che sorgono come sogni nella camera oscura… Per non perdersi, poi, ci sono quelle hostess giganti che dai muri dei palazzi indicano le uscite di sicurezza dall’aereo e dai… vicoli di Cortona (sono le “Flight attendants” di Brian Finke), fino all’ultimo tragico volo dei desaparecidos nel documentario di Giancarlo Geraudo; per vederlo si deve arrivare in fondo alle corsie dell’ospedale vecchio: drammatica metafora del “Destino final”. E, dopo questo giro del mondo per immagini, sarà una lacrima grossa, quel video: da fare asciugare tornando in strada e andando ad affacciarsi sulle colline toscane dalle mura, dal soave borghetto di Cortona alta.

Articolo pubblicato su Agenzia Radicale

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