La Radicale che coltiva marijuana. Senza essere arrestata

Intervista a Rita Bernardini

Per denunciare la gravissima situazione carceraria e giudiziaria del nostro Paese, la deputata radicale Rita Bernardini è al 16° giorno di un nuovo sciopero della fame, insieme a Irene Testa, Segretaria dell’Associazione “Il detenuto ignoto” e a centinaia di militanti e dirigenti radicali, che le affiancano in ordine sparso. Mercoledì scorso le due Radicali hanno aggiunto anche una giornata di sciopero totale della sete (è già la seconda volta), sempre in nome della loro «sete di legalità» e affinché «lo Stato italiano esca finalmente dalla flagranza criminale», come sottolinea spesso Marco Pannella, con una amnistia e con un indulto. Quando l’abbiamo intervistata, Rita Bernardini era al suo primo felice bicchiere d’acqua dopo 24 ore di astinenza e già preparava il nuovo atto di “disobbedienza civile” di cui parla a Cronache Laiche.

Onorevole Bernardini, il vostro sciopero della sete doveva coincidere con la discussione, alla Camera dei deputati, di una serie di provvedimenti in tema di giustizia penale: messa alla prova, arresti domiciliari e procedimenti contro imputati irreperibili.

Sì, ma il dibattito è stato rimandato e slitterà anche questa settimana, perché in realtà non frega niente a nessuno di questi temi. E comunque si tratterebbe di provvedimenti quasi inutili e sicuramente inadeguati ad affrontare sia il problema delle carceri-catacombe sia il problema della giustizia in genere, che rimane ingolfata da oltre dieci milioni di procedimenti penali e cause civili.

Anche il recente decreto cosiddetto “svuotacarceri” non servì a molto.

Appunto. Loro – e quando dico “loro” intendo governo, parlamento e presidenza della Repubblica – non vogliono accettare il punto di vista radicale che è quello di dovere uscire dall’illegalità. Un provvedimento di amnistia e di indulto pulirebbe l’arteria intasata della Giustizia – di cui le carceri sono un’appendice – e soltanto una volta pulita quell’arteria si faranno – necessariamente – le riforme giudiziarie su cui da quarant’anni ci prendono in giro.

E voi rispondete con il digiuno e la nonviolenza, ma anche con la “disobbedienza civile”: venerdì mattina (per chi legge: oggi dalle ore 11 alle 14, ndr.) lei sarà davanti a Montecitorio con le sette piante di marijuana che ha coltivato, con tanto di documentazione fotografica, in questi mesi. Ora che sono ben cresciute, le porta davanti al Parlamento. Per chiedere cosa?

In base alla legge vigente teoricamente ci sarebbe l’accesso alla cannabis terapeutica, ma il problema è che nei fatti la stragrande maggioranza di malati non ha veramente la possibilità di utilizzare i farmaci a base di thc (tetraidrocannabinolo, ndr.). Quei malati ci scrivono continuamente lettere disperate, perché sono costretti a coltivarsi le piante rischiando da uno a sei anni di reclusione oppure a rivolgersi al mercato clandestino. Quindi, innanzitutto, la nostra azione è volta a chiedere che il governo produca presto una circolare esplicativa che chiarisca quali sono i termini della questione. Sull’altro versante, noi chiediamo anche e subito la depenalizzazione per la coltivazione per uso personale.

Perché la coltivazione della cannabis da noi è ancora un reato penale, non è così?

Esattamente. Se uno viene fermato con un quantitativo di hashish o marijuana che sia ritenuto per uso personale, è sottoposto a una sanzione amministrativa. Mentre se uno coltiva le piante, anche per solo uso personale, va a finire nel penale e quindi in galera.

Sono molti i procedimenti giudiziari legati all’uso di droghe?

Sono migliaia e migliaia. E gravano fortemente sull’amministrazione della Giustizia. Anche per questo ci vorrebbero vere depenalizzazioni, non come quelle che aveva proposto il ministro Severino, che poi ci ha pure ripensato, stralciandole dai provvedimenti in discussione alla Camera di cui dicevamo all’inizio.

Alla depenalizzazione stanno arrivando anche gli americani, con i referendum votati e vinti in alcuni Stati dell’Unione (Washington, Colorado) in concomitanza con l’elezione del Presidente. Tanto che il il Manifesto ha titolato, con un occhiolino a Barack Obama: “Yes we cannabis”.

Addirittura negli Usa hanno votato per l’uso ludico di alcune droghe leggere, stabilendo una soglia nemmeno troppo modica della quantità (più di 28 grammi) che si può detenere a uso personale. Mentre qui da noi stiamo ancora a foraggiare il mercato clandestino e quindi la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta.

In che modo la battaglia antiproibizionista e la sua manifestazione di fronte a Montecitorio sono legate alla questione carceraria?

I collegamenti da fare sono tanti. A questa manifestazione di “disobbedienza civile” partecipano anche tanti altri compagni radicali che stanno “disobbedendo” o attuando lo sciopero della fame per altre vicende altrettanto importanti: perché lo scopo comune è quello di chiedere allo Stato di diventare finalmente democratico, a partire dal ruolo che dovrebbe svolgere il nostro presidente della Repubblica.

In questo caso la sua “disobbedienza” è configurabile di fatto come un reato.

Mi sono persino autodenunciata in una interrogazione parlamentare, che prima di essere pubblicata sarà pure stata letta dagli Uffici parlamentari e quindi magari segnalata agli organi competenti. Inoltre, nel mio caso non ci sarebbe nessuna immunità da invocare, perché c’è flagranza di reato e quindi l’arresto sarebbe diretto… Ebbene, a fronte di tutto questo, è evidente che non vogliono che scoppi il caso di una parlamentare che va in galera per una “disobbedienza civile” contro una legge assurda, perché ciò aprirebbe un dibattito enorme.

Non la arrestano perché hanno paura che “da dentro” il carcere la battaglia dei Radicali per l’amnistia sarebbe ancora più “rumorosa” ed efficace?

Io le carceri già le visito molto spesso nelle mie continue ispezioni per l’Italia, anche se sarebbe un altro conto starci effettivamente dentro. Se mi arrestano come dovrebbero, andrei nel reparto femminile di Rebibbia, dove incontrerei tutte quelle donne rom che stanno dentro perché non hanno un bravo avvocato. Oppure quelle immigrate, che pur destinate agli arresti domiciliari, rimangono in carcere perché un domicilio non ce l’hanno o il loro domicilio non risulta idoneo (e questo vale ovviamente anche per le rom). Vedrei ancor più da vicino, insomma, quello che purtroppo già so.

Articolo pubblicato su Cronache Laiche

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