“Il sospetto”, una storia di innocenze violate

La pedofilia è uno dei crimini più infami e quel che è peggio è che troppo spesso la filosofia, la politica e… la Chiesa l’hanno teorizzata, giustificata, coperta come se fosse un’inclinazione naturale dell’essere umano o semplicemente un peccato, ma non mortale.
Soltanto andare a vedere un film che affronti il drammatico tema (e dovrebbero andarci piuttosto filosofi, politici e preti a vedere questi film), getta perciò in uno stato di profonda inquietudine; anche se si conosce in anticipo la storia e il regista è un grande regista come il danese Thomas Vinterberg, che già nel suo capolavoro Festen – Festa in famiglia (1998) aveva messo il dito nella piaga della violenza sui bambini.
Si aggiunga che la sua nuova opera, da oggi nelle sale italiane con il titolo Il sospetto (mentre quello originale è Jagten, ovvero “La caccia”) è uno di quei rari film che “scendono” dallo schermo e pervadono gli spettatori per tutta la durata della narrazione, ponendoli in un continuo alternarsi di emozioni e contraddizioni, come accadeva per esempio in un altro magnifico film, Dogville (2003), di Lars Von Trier.
Ed è proprio il sospetto, insieme al sottile e costante filo di suspense, a farsi strada nelle menti di chi guarda, mentre il bravissimo Mads Mikkelsen (miglior attore a Cannes) interpreta Lucas, lo sfortunato maestro che vede la sua vita distrutta dopo un’accusa, appunto, di pedofilia.
Lo sappiamo fin dall’inizio che Lucas è innocente. Ma non c’è niente da fare: il sospetto ci ha contagiati e quanto meno saremo lì a chiederci se non ci sia almeno qualcun altro, nel film, a essere quel mostro e/o malato che la direttrice e le altre maestre, i migliori amici di Lucas (un allegro, monosessuale gruppo di machisti) e persino la donna che si è innamorata di lui perché è diverso dagli altri uomini, vedono nel riservato e depresso protagonista.
Nel frattempo cercheremo anche di metterci nei panni dei genitori della piccola Klara che, tra fantasia infantile e piccola vendetta da cuoricino infranto, ha insinuato il dubbio e dato inconsapevolmente il via alla calunnia: cosa farebbero un padre e una madre, di fronte a una notizia del genere? Come reagiremmo se un amico si rivelasse improvvisamente un possibile maniaco?
Ripetiamo: lo spettatore ha “visto” che Lucas non ha fatto niente, che anzi aveva spiegato alla bimba ciò che non si deve fare con gli adulti, che ha lui stesso un figlio che ama e che lo ama e che perciò gli crede senza riserve; ma la caccia alle streghe è cominciata e i maschi del paesino, già fissati con la caccia ai cervi, hanno soltanto cambiato il bersaglio dei loro fucili. Lo spettatore, dal canto suo, è sempre inchiodato alle scene, boschive e invernali, dello straniamento assoluto del protagonista, delle violenze fisiche e psicologiche che l’uomo subisce e delle sue rare reazioni: si parteggia certo per Lucas, ma si devono anche fare i conti con gli improvvisi colpi di scena, che piombano – come in un vero thriller – nei momenti più inaspettati.
Poi c’è – ed è un altro motivo di angoscia – la pressione psicologica degli adulti sulla piccola Klara: dopo averla pressoché abbandonata affettivamente, di colpo la bimba è diventata oggetto della loro morbosa attenzione e, quando cercherà di scagionare il suo maestro, verrà persino freudianamente convinta – prima dalla direttrice dell’asilo e da uno psicologo, poi da sua madre – che se non ricorda più quello che “veramente” è successo, è soltanto perché l’ha rimosso!
Il sospetto dilaga, i bambini sono indotti a fantasticare tutti storie simili, i genitori sono sempre più convinti e ostili, e Lucas, già completamente braccato e isolato (se non fosse per un unico amico, bella e ironica immagine di uomo, che crede nella sua innocenza), viene arrestato e sottoposto al verdetto di un tribunale. Il tutto nella tranquilla ipocrisia di un natale che arriva, quando la messa della vigilia sarà il teatro di una nuova scena perfetta…
Poi è il momento della giustizia finalmente ritrovata: ma quando la fidanzata sarà tornata insieme alla “normalità” e gli amici machi lo avranno abbracciato di nuovo per ricominciare insieme a lui a dare la caccia soltanto ai poveri cervi, l’innocenza di Lucas – come spesso capita alle innocenze violate, nell’un senso e nell’altro – sarà ancora velata da una pericolosa ambiguità. Ed è un segno, sembra voglia dirci il regista, che un bambino può essere violato anche soltanto psichicamente, riportando orribili ferite per tutta la vita. E che una violenza simile può subirla un essere umano adulto, che venga calunniato e ostracizzato. Ma almeno, diciamo noi, l’adulto è in condizione di difendersi. Il bambino no.

Articolo pubblicato su Agenzia Radicale

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