8 marzo e laicità al femminile

Intervista a Marilisa D’Amico

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Avvocato cassazionista, docente ordinario di Diritto costituzionale all’Università Statale di Milano e Consigliere comunale del Pd della stessa città, Marilisa D’Amico con il suo “La laicità è donna” in uscita l’8 marzo (L’Asino d’oro edizioni – collana “I Saggetti”) offre una efficace sintesi, nei primi due capitoli, su cosa dovrebbe essere (e non è) la laicità nel nostro Paese, già a partire dalla sua Costituzione, e poi focalizza l’attenzione su quattro questioni che legano laicità e diritti delle donne: la legge 194 sulla interruzione di gravidanza, la legge 40 sulla fecondazione assistita, il multiculturalismo e la democrazia rappresentativa. Il risultato è una intelligente panoramica che, fedelmente al titolo scelto, rivela perché uno Stato italiano più laico farebbe bene alle donne e, viceversa, perché una maggiore presenza femminile nelle nostre istituzioni renderebbe le stesse più laiche. 

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Sin dall’inizio del suo libro, lei mette in evidenza due condizioni indispensabili a uno Stato che voglia veramente dirsi laico: una normazione “leggera” sui temi cosiddetti “eticamente sensibili”, che non assolutizzi un punto di vista a scapito di un altro e, soprattutto, un continuo confronto tra i dati reali dei fenomeni sociali e la disciplina legislativa che si sceglie in merito. Ci spiega meglio?
Intanto grazie per questa presentazione perché coglie bene il punto di vista del libro. C’è uno smarrimento del principio di laicità da una parte e, dall’altra, una aggressione ai diritti delle donne, anche a quelli che sono già sanciti da leggi come quella sull’aborto. Le condizioni di quello che io chiamo il “metodo laico” in Italia non ci sono state, in questi ultimi quindici anni. E penso che, laddove ci siano questioni controverse, la normazione debba lasciare spazio alle scelte degli operatori. Per fare un esempio, è questa l’indicazione che ha dato la Corte costituzionale quando, intervenendo sulla legge 40 grazie a una nostra battaglia, ha modificato il limite restrittivo del massimo dei tre embrioni, ridando la parola al medico e alla sua facoltà di decidere il numero di embrioni necessari, di volta in volta, per ogni singola coppia. Poi c’è l’altro punto: il confronto con i dati reali. In Italia ci sono tanti temi di cui ci si occupa male e ideologicamente e di cui ci si occuperebbe molto meglio semplicemente guardando la realtà. Anche qui, per fare un esempio, prendiamo il tema delle unioni civili così come mi è capitato di affrontarlo al Comune di Milano, in particolare per quanto riguarda le coppie omosessuali: i dati della realtà sui numeri di coppie gay e di famiglie monogenitoriali sono chiarissimi e non occuparsene significa pretendere che la realtà si adegui a un presunto valore (o non-valore).

Oltre alla legge 40 e a quella sulla interruzione di gravidanza, dove è evidente questo voler anteporre un presunto “valore” a un dato di realtà, lei si riferisce anche alla questione dell’eutanasia, sottolineando come quasi un quarto delle morti in ospedale sia riconducibile a una sorta di “pratica eutanasica”. Anche qui, come a più riprese l’Associazione Luca Coscioni ha messo in evidenza, il dato di realtà prevale sul dispositivo legislativo.
Lasciare che il medico faccia bene il medico, naturalmente nel suo rapporto con il paziente, tenendo conto cioè dell’aspetto del consenso informato, è qualcosa che già esiste nella nostra Costituzione e a livello legislativo. Invece, anche qui, nel nostro Paese si è scatenata una vera battaglia su casi specifici come quelli di Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro, quando addirittura il padre Beppino fu definito un assassino da un membro del nostro Parlamento. Lì fu chiarissima la caduta di quella che dovrebbe essere la laicità delle istituzioni e anche dei singoli parlamentari, perché “laicità” dovrebbe significare invece tolleranza, equidistanza, terzietà, neutralità rispetto anche alle posizioni di valore o di principio.

Nel libro lei sottolinea come in un Paese come la Germania la mancata corrispondenza tra i dati reali e la disciplina normativa conduce a decretare un vizio di irragionevolezza della legge e quindi a una pronuncia di incostituzionalità della stessa. In Italia questo non avviene…
Questo aspetto l’ho studiato vent’anni fa, quando mi sono recata in Germania per studiare da vicino la legislazione tedesca in tema di aborto. Nel 1993 il Tribunale costituzionale tedesco aveva posto un importante veto di incostituzionalità della legge, rimandandola poi al Parlamento, proprio basandosi su dati specifici e scientifici forniti dal Max Planck Institut e dunque sulla mancata corrispondenza della scelta del legislatore con la realtà che si era presa in considerazione. In Italia questo confronto non esiste e, come nel caso della legge 40, si arriva a emanare un dispositivo normativo astratto, senza alcuna valutazione seria del dato prognostico. E’ ovvio che, prescindendo dal contatto con la realtà, si può fare una legislazione ideologica, ingabbiata in regole astratte e controproducenti.

Spesso tocca ai giudici opporsi al legislatore per far valere i diritti dei cittadini. La magistratura è più laica dello Stato?
Non sempre. Nel mio libro indico spesso come, in assenza di una buona politica, abbiamo avuto una supplenza da parte sia dei giudici costituzionali, più comprensibile perché a loro è riservata la facoltà di intervenire sulle leggi, sia dei giudici comuni. Però c’è un limite in questa supplenza giudiziaria. Per i giudici comuni il limite è che la loro pronuncia vale per il singolo caso e spesso vi sono più pronunce anche contraddittorie tra loro. Nel caso della Corte costituzionale, poi, le porto un esempio: quando abbiamo sollevato la questione di illegittimità costituzionale della legge 40 sulla fecondazione eterologa, la Consulta non ha fatto il suo dovere, rinviando la decisione ai giudici sulla base di un’argomentazione che a sua volta rimandava a una sentenza della Corte europea che però riguardava l’Austria.

Lei invita ad applicare il metodo laico, oltre ovviamente alla scienza, anche all’economia, al lavoro, all’informazione. Cosa intende con questo?
Io parto da una impostazione… costituzionale, che vede una sintesi fra costituenti che avevano valori completamente diversi e che affida sostanzialmente al cittadino la responsabilità delle proprie scelte. In Italia, invece, abbiamo sviluppato un sistema in cui le libertà del cittadino sono state sempre più limitate e in cui si sono create corporazioni in ogni ambito. Rispetto all’informazione, per fare un esempio, il giornalismo italiano segue le battaglie ideologiche, ma non si concentra sui fatti, sui dati della realtà. Un “metodo laico”, cioè di conoscenza, di tolleranza, di bilanciamento di principi e di valori e non di contrapposizione ideologica, se applicato a tutti i settori della società italiana porterebbe appunto a una società in grado di riprendere il proprio cammino.

Lei ritiene che ci sia una genuflessione preventiva, non solo della politica italiana, ma anche dell’informazione, rispetto agli interventi continui e reiterati dell’enclave vaticana su temi come aborto, fecondazione assistita, pillole anticoncezionali e abortive, consultori, coppie di fatto, eutanasia?
In questi ultimi anni gli interventi della Chiesa sotto questo profilo sono stati molto pesanti. E tuttavia non hanno risolto il problema né della politica italiana e delle sue scelte, né della stessa Chiesa. Io inizio il libro con una frase di mio figlio, quattordicenne, che mi ha veramente colpito: “Mamma, il papa mi sembra un opinionista”. Non penso che queste opinioni e posizioni dirette del papa abbiano giovato alla Chiesa stessa.

Venendo alla religione, in un capitolo del suo libro lei si sofferma anche sul mutliculturalismo e dunque sulla multireligiosità. Anche questo è un argomento che necessiterebbe un approccio laico?
Questa è la sfida del futuro. E non è una sfida semplice. Se da una parte abbiamo la necessità di garantire a tutti una tutela adeguata dei propri diritti fondamentali, dall’altra parte ci sono gruppi che violano uno di quei diritti, per cultura o per religione. E in quel caso cosa facciamo? Qui ritornano in primo piano i diritti delle donne: se io garantisco culture diverse che hanno una concezione non paritaria del rapporto uomo donna, faccio tornare ancora indietro la parità all’interno di un Paese come l’Italia che ancora non l’ha raggiunta del tutto.

Verso la fine di “La laicità è donna” lei ricorda come nel nostro Paese il voto alle donne sia stato concesso soltanto nel 1946 e l’accesso a impieghi pubblici rilevanti soltanto nel 1960. Pur mantenendo un sorta di scetticismo nei confronti delle “quote rosa”, viste come paternalistiche, lei mi sembra puntare di più sul concetto di “democrazia paritaria”. E’ così?
Sono stata abbastanza favorevole alle “quote” in quanto strumento necessario in alcuni momenti. Ma è anche vero che la “quota” in sé significa che la donna si riconosce come gruppo discriminato e chiede aiuto. Al contrario, la “democrazia paritaria” significa diritto a una equa rappresentanza. Quindi le quote sono solo un primo, necessario passo verso una democrazia rappresentativa di entrambi i sessi.

Perché, in conclusione, “La laicità è donna”?
Perché il punto di vista delle donne è quello più sofferente rispetto a uno Stato che diventa sempre meno laico. Ma voglio aggiungere anche un’altra interpretazione che è stata data dalla mia collega e compagna di tante battaglie Maria Paola Costantini: la laicità, come le donne, nutrendosi di punti di vista diversi riesce a rendere equilibrate posizioni molto distanti fra loro, unendole e non contrapponendole. Il metodo laico è anche un metodo femminile!

© Paolo Izzo

Intervista pubblicata su Cronache Laiche
e trasmessa integralmente da Radio Radicale

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