Chiudere i manicomi (stavolta quelli giudiziari) e poi?

Intervista con Adriana Pannitteri

adrianapannitteri

Un libro molto coraggioso, intitolato “La pazzia dimenticata. Viaggio negli ospedali psichiatrici giudiziari”, esce l’11 marzo per le edizioni L’Asino d’oro. Lo firma Adriana Pannitteri, cronista e conduttrice del Tg1, già autrice di libri su temi come l’infanticidio (“Madri assassine. Diario da Castiglione delle Stiviere”, Gaffi) e il fine vita (“Vite sospese. Eutanasia, un diritto?”, Aliberti; “La vita senza limiti. La morte di Eluana in uno Stato di diritto”, con Beppino Englaro, Rizzoli). Il saggio, ben documentato con interventi e interviste di tutte le persone coinvolte, affronta la grave situazione degli ospedali psichiatrici giudiziari. La loro chiusura è ormai imminente ed è il risultato di una battaglia che la Commissione d’inchiesta sul Servizio sanitario nazionale e il suo presidente, il senatore Ignazio Marino, stanno combattendo dal 2008. Ed è stata coraggiosa Adriana Pannitteri, non solo per aver affrontato direttamente la popolazione di quelle strutture e le loro tragiche storie di malattia mentale e di omicidi, ma anche per essersi continuamente chiesta il “perché” quelle persone siano finite nella malattia e quindi negli Opg e soprattutto cosa succederà quando quei cosiddetti ospedali non ci saranno più.

pazziadimenticata«Un tremore quasi incontrollabile dovuto, chissà, al freddo che c’è d’inverno tra quelle pareti o alla paura che inevitabilmente travolge l’essere umano dinanzi alla pazzia, alla fragilità o, semplicemente, all’ingiustizia». Così lei descrive la sensazione che provava quando finalmente usciva da un ospedale psichiatrico giudiziario durante la sua inchiesta…
Questa è la sensazione che rimane nei pori della pelle, per quello che si vuole raccontare e anche per il gelo fisico che c’è in quelle strutture che lasciano senza parole. Da cronista, cerchi di entrare, riesci a ottenere l’accesso superando diversi ostacoli, dopodiché ti prende un’urgenza di scappare il prima possibile. È l’insieme che è devastante.

Nonostante questo, si coglie abbastanza presto nel suo libro che non c’è troppa fiducia in quello che succederà “dopo” la pur necessaria chiusura di quei luoghi spesso agghiaccianti che sono gli Opg.
Conosco bene, da tanti anni, il senatore Marino, con cui ho condotto anche altre battaglie come quella sul testamento biologico, e ho grande stima del lavoro che ha svolto in questa Commissione. Ma anche dalle critiche che vengono espresse dagli operatori del settore e che riporto nel libro, si coglie che l’indagine è stata svolta in maniera un po’ sbrigativa e concentrandosi soltanto sugli aspetti terribili di quei cosiddetti ospedali. Che poi è un atteggiamento che molto spesso abbiamo anche noi giornalisti: andare sul posto e vedere le cose brutte; fare clamore per portare l’attenzione su un problema grave. Ma viene il dubbio che in questo caso si dovesse forse fare il contrario: prima stanziare i soldi, prevedere e costruire strutture nuove, formare il personale degli operatori e poi chiudere gli Opg.

Quali sono i rischi dopo la loro chiusura, prevista per il 31 marzo?
Intanto, non ce la faranno a rispettare la data: il decreto per l’assegnazione dei fondi alle Regioni è stato approvato solo ai primi di febbraio e quindi non ci sono i tempi materiali per costruire nuove strutture e, anche se gli Opg stanno operando massicciamente per trasferire le persone, il rischio è che qualcuno venga mandato via in maniera un po’ leggera… Questo potrebbe avere conseguenze negative. Inoltre, il vero merito della Commissione Marino è quello di aver sollevato il velo da un problema gravissimo che però, in pieno periodo postelettorale, con Parlamento e Governo in formazione, potrebbe cadere di nuovo nel dimenticatoio. Così come il dibattito sulla “cura della malattia mentale”

E’ impossibile non pensare a quanto accadde nel 1978 dopo l’approvazione della Legge 180. Anche lì, i manicomi vennero chiusi e i malati di mente furono “liberati”, trovandosi letteralmente in mezzo alla strada e magari, come nel suo libro ricorda lo psichiatra Martino Riggio, continuando a lungo a girare intorno al manicomio chiuso…
Qui sarebbe un po’ più difficile farlo, per il semplice motivo che chi sta in un Opg è comunque sotto la tutela di un magistrato di sorveglianza. Però il rischio dei cosiddetti “abbandoni terapeutici” lo vedo anche io. La popolazione degli Opg è molto variegata. Bisogna sempre ricordarsi che, quando una persona ha commesso un reato ed è incapace di intendere e di volere, in realtà non viene sottoposto a una pena definitiva, ma va in un Opg inizialmente per 2, 5 o 10 anni. Ma non c’è un vero fine-pena, perché il magistrato di sorveglianza, sulla base di una perizia medica, deve prima stabilire se quella persona ha recuperato le sue capacità mentali. Questo ovviamente può avvenire come non avvenire: ci sono persone che vivono in quelle strutture da decenni… perché non è stata trovata per loro una sistemazione alternativa in comunità o perché il percorso di cura non è stato proprio fatto e ci si è soltanto limitati a bombardarle di psicofarmaci.

Al tempo della 180, una visione ideologica impedì di fatto un confronto sulla malattia mentale. Con l’idea del “tutti liberi”, anzi, se ne negò proprio l’esistenza… Oggi sarà più facile riuscire almeno a suscitare un dibattito serio su quali siano gli obblighi e le possibilità della psichiatria nei confronti dei malati di mente?
Un dibattito vero non c’è neanche oggi, purtroppo. E l’importante resta soltanto chiudere le strutture e giustamente, perché sono quasi sempre dei posti orribili. Ma quello che io mi domando è, continuamente, se si è pensato a un discorso di cura. Mi sembra che, di fatto, persista ancora il retaggio della cultura in cui nacque la Legge 180, che è a tutt’oggi dominante.

Le responsabilità delle nostre istituzioni in ogni ambito che riguardi la contenzione e la reclusione sono gravissime. Mi riferisco ovviamente anche alle carceri comuni e ai Cie per immigrati. Nel caso specifico dei manicomi prima e degli Opg oggi c’è anche una responsabilità della psichiatria secondo lei?
Sì. Perché per buona parte della psichiatria curare una persona significa soltanto somministrare psicofarmaci. Che è pure comprensibile laddove, come in alcuni Opg, ci sono cinque psichiatri per cento pazienti. Ma è proprio l’idea di fondo della maggior parte dei medici che è orientata verso una visione organicistica della malattia mentale, vista come incurabile.

Alcuni psichiatri da lei interpellati, di formazione fagioliana, come Annelore Homberg, che firma la prefazione al suo libro, Maria Rosaria Bianchi, Martino Riggio, la pensano in maniera opposta, sottolineando come nell’affrontare la malattia mentale ci si debba avvalere anche della psicoterapia. E anche nei casi più gravi. Inoltre insistono molto su quanto sia fondamentale, in psichiatria, la prevenzione…
Anche la prevenzione infatti non si fa abbastanza, perché manca proprio un rendersi conto che ci si trova di fronte alla malattia mentale… Anche in settori esterni alla medicina. Le faccio un esempio che mi è capitato in redazione: quando di recente quell’uomo ha ucciso due impiegate della Regione e poi si è tolto la vita, se per me sembrava evidente che si trattasse di un caso di malattia mentale, per gli altri colleghi la questione era esclusivamente legata al fatto che all’uomo fosse stato negato un finanziamento!

In quei casi, sembra brutto a dirsi, si tira quasi un sospiro di sollievo se l’omicida, poi, si suicida. Così non si deve affrontare la sua malattia mentale…
Esatto! Almeno toglie il problema di dover decidere se è un malato di mente oppure no. E soprattutto di come curarlo. Nella maggior parte dei casi, poi, si pensa che dando del pazzo a un omicida significhi volergli evitare il carcere e mandarlo in un Opg. Come se fosse un bel posto… La Commissione Marino ci ha mostrato che non lo sono affatto. E devono essere chiusi. Ma, lo ripeto, ritengo che si debba anche parlare, discutere, affrontare il tema della cura e della prevenzione della malattia mentale. Altrimenti siamo punto e a capo. E la pazzia resta dimenticata.

© Paolo Izzo

Intervista pubblicata su Agenzia Radicale

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...