EutanaSia Legale

Intervista a Marco Cappato

Parte il 15 marzo una campagna per la legalizzazione dell’eutanasia. Cronache Laiche ha intervistato Marco Cappato dell’Associazione Coscioni, promotrice dell’iniziativa

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L’Associazione “Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica” ha promosso una campagna di raccolta firme per una proposta di legge di iniziativa popolare a favore dell’eutanasia legale. Hanno aderito Exit Italia, Uaar e Radicali italiani. Tre mesi di tempo e 50.000 firme da raccogliere. Ne abbiamo parlato con Marco Cappato, dirigente di Radicali italiani e tesoriere dell’Associazione Coscioni.

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Negli ultimi tempi in Francia, con il governo Hollande, il tema del fine vita è entrato pienamente nell’ordine del giorno della politica. E lì i medici all’unanimità si sono espressi in maniera molto netta, richiamando lo Stato a un “dovere di umanità” nei confronti di persone in gravi condizioni psicofisiche. Hanno rovesciato cioè la richiesta di un diritto per i cittadini in un dovere dello Stato nei loro confronti. Da noi siamo lontani anche soltanto da un dibattito.
Quella dei medici francesi è esattamente l’impostazione della nostra proposta di legge di iniziativa popolare, che riguarda sia l’interruzione delle terapie sia l’eutanasia come atto medico. In Italia di solito si tiene molto a distinguere tra le varie questioni in tema di fine vita e sarebbe pure giusto, se almeno ci fossero delle leggi per ogni aspetto: se ce ne fosse una – buona – sul testamento biologico, per esempio, sarebbe già un primo passo. Non siamo dei massimalisti che dicono: eutanasia legale da domani mattina e tutto il resto non ci interessa. Per noi ogni obiettivo realizzato nel rispetto della volontà individuale va nella direzione giusta.

Soltanto i Radicali si sono battuti, nei casi di Piergiorgio Welby e di Eluana Englaro, per il rispetto della volontà individuale.
E abbiamo dimostrato come ci si possa muovere nel rispetto della Costituzione anche in assenza di una legge specifica sul testamento biologico: nessuno di noi o dei medici coinvolti nei casi Welby ed Englaro è stato condannato dalla legge, perché eravamo nel rispetto del diritto costituzionale, che dà la possibilità ai cittadini di non essere sottoposti a trattamenti sanitari contro la loro volontà. L’unico problema che rimane è che molta gente non conosce nemmeno i propri diritti fondamentali. Anche il testamento biologico si può già presentare, ma poi manca una legge che garantisca il vincolo al rispetto della volontà della persona.

Perché chiedete che l’eutanasia sia “legalizzata”?
Innanzitutto perché è l’unico modo di combattere l’eutanasia clandestina e poi  perché ciò vuol dire rispettare e riconoscere il diritto di ciascuno a decidere sulla propria vita e quindi anche sulle fasi finali della propria vita e non dovere subire condizioni e trattamenti considerati insopportabili da chi li vive. Che è l’unico che ha il diritto di decidere quando la sua condizione sia degna di essere vissuta o no. Questo nostro obiettivo prosegue la storia e le battaglie radicali: ricordiamo che su questo tema fu Loris Fortuna, deputato socialista e radicale e al quale si richiamò anche il progetto politico della Rosa nel pugno, il primo a depositare una proposta di legge già negli anni Settanta.

Cosa è cambiato da allora?
La novità di contesto, non oggi ma ormai da diversi anni, confermata dai sondaggi tra cui l’ultimo è quello del Rapporto Eurispes di quest’anno, è che la maggioranza degli italiani è favorevole alla eutanasia legale. E vi sono numeri che dicono come, per esempio al Nord, questa maggioranza riguardi anche i cattolici o gli elettori della Lega. Un consenso trasversale, insomma.

Per l’aborto negli anni Settanta e oggi per l’eutanasia, puntate sempre a un concetto di legalità più che di depenalizzazione.
Certo. L’importante è che ci siano delle regole: la stessa eutanasia clandestina può diventare un atto di sopraffazione, di violenza o di disperazione. A partire dal caso più bieco del togliere di mezzo una persona magari perché anziana, o non più lucida: quello è un omicidio. Oppure c’è la disperazione di chi crede di essere in una condizione di incurabilità o di sofferenza psicologica; o persino è vittima di una diagnosi sbagliata. Ci sono cioè crimini ed errori che si possono commettere, in una fase così delicata. Per questo servono regole, che tra l’altro significa anche ascoltare il parere dei medici. Il testo della nostra legge di iniziativa popolare in realtà è molto semplice, perché poi sarà il Parlamento a dover approfondirla. E’ semplice nel determinare chiaramente la libertà di scelta, a tutta una serie di condizioni che fanno appunto la differenza tra legalizzato e depenalizzato.

Pensa che il Parlamento che ci sarà fra tre mesi, quando presenterete la vostra proposta di legge sottoscritta da 50.000 persone, vi ascolterà?
Con i sondaggi di prima volevo sottolineare proprio come sia una specie di miracolo il fatto che l’opinione pubblica sia così favorevole, sebbene la classe politica sia compattamente contraria e, soprattutto, il sistema mediatico e di informazione non abbia mai fornito un vero dibattito sulle ragioni per l’eutanasia legale o meno. Soltanto i singoli casi individuali che citavamo – pur non trattandosi con Welby ed Englaro di eutanasia in senso stretto – hanno portato a un confronto sulle scelte di fine vita, ma questo non si è mai trasformato in un dibattito che portasse a delle riforme adeguate sul tema. Noi ci siamo convinti che una legge di iniziativa popolare sia lo strumento almeno per imporre il dibattito, per portarlo nelle aule parlamentari e nei grandi contenitori dell’informazione televisiva.

Però lo strumento della proposta di legge di iniziativa popolare rischia di essere debole.
Debolissimo, se si tiene conto che non esiste nemmeno un obbligo da parte del Parlamento di mettere in discussione queste proposte. Però è anche vero che alcune cose che abbiamo seminato per decenni come Radicali, grazie ai nostri referendum, con frutti che magari oggi vengono raccolti da altri come il Movimento Cinque Stelle, hanno comunque permesso a certi temi di entrare di forza nel dibattito politico.

Quindi di nuovo i cittadini e le loro scelte come sorgente di politica, anziché meri destinatari di scelte fatte o non fatte dai partiti e dal governo.
La proposta di legge di iniziativa popolare ha questo senso: incardinare un tema nell’agenda parlamentare. Ma soprattutto creare una rete sul territorio: perché le firme possono essere raccolte solo con gli autenticatori che, oltre che notai, sono anche consiglieri comunali e provinciali, assessori. Nel nostro sito abbiamo poi previsto di attivare campagne fai-da-te di raccolta firme, affinché chiunque e anche nel più sperduto paesino possa scaricare da internet il modulo per le firme, andare in Comune a farlo vidimare e poi raccogliere le firme o nel Comune stesso o trovando un autenticatore che sia presente nel punto dove le firme vengono raccolte. Cioè con la nostra iniziativa miriamo anche a radicare e coordinare una serie di persone che siano mobilitate sull’eutanasia legale e che poi dovranno servire anche da soggetto di pressione esterna. Questo perché sappiamo per esperienza che non basta il dibattito parlamentare, con la sola pubblicità di una trasmissione di Radio Radicale, per arrivare effettivamente a un risultato.

© Paolo Izzo

Articolo pubblicato su Cronache Laiche

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