Il nome del nuovo papa l’ha scelto un radicale

Intervista a Mario Staderini

Non era ancora riunito il conclave e Staderini ha detto: il nuovo pontefice dovrebbe chiamarsi Francesco. E così è stato.

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Abbiamo intervistato Mario Staderini, segretario di Radicali italiani, che un mese fa aveva lanciato l’idea di un papa che si richiamasse alla Chiesa delle origini e alla povertà del frate di Assisi, prendendone anche il nome: cosa che nessun pontefice aveva mai fatto prima. E invece stavolta è andata proprio così.

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Allora Staderini, intanto come ha fatto a indovinare il nome che avrebbe scelto il nuovo papa?
Quando l’ho scritto il 15 febbraio non era né una previsione né una profezia e se avessi dovuto scommettere sul nome di Francesco per il nuovo papa, probabilmente non avrei scommesso, soprattutto pensando al fatto che veniva scelto tra i cardinali riuniti in conclave. Infatti avevo anche auspicato che lo scegliessero all’esterno, non essendo previsto dalla Chiesa che il pontefice debba essere un cardinale: basta un uomo, anche laico, battezzato e celibe. Quella sarebbe stata una vera innovazione!

Quindi il suo auspicio era in qualche modo politico.
Era una valutazione rispetto allo scenario che le dimissioni di Benedetto XVI aprivano: quello di una Chiesa cattolica che, in virtù di un immenso potere economico, finanziario, commerciale è stata catturata dal Vaticano. Noi radicali facciamo sempre questa distinzione tra Vaticano, inteso come gerarchie e gruppo di potere e Chiesa intesa come comunità di fedeli. La vera sfida che attende il nuovo papa è proprio di liberare la Chiesa dal potere temporale, che non significa tanto la sovranità su un piccolo territorio, quanto quel potere politico che l’ha portata a condizionare gli altri Stati e soprattutto a corrompere se stessa.

Tra gli Stati maggiormente condizionati ci siamo noi, che non soltanto subiamo le gerarchie del Vaticano nella nostra politica, ma le foraggiamo anche con finanziamenti e sconti.
Ovviamente io avevo pensato al nome di Francesco, che per otto secoli non è mai stato scelto anche perché sarebbe stato un controsenso per il capo di uno Stato tra i più ricchi al mondo, associandolo all’idea di povertà del frate di Assisi: un papa che non si dovesse occupare di Ior e di intrighi di potere, ma delle anime dei fedeli.
Il modello della “altissima povertà” di Francesco d’Assisi, così come lo descrive bene Giorgio Agamben in un suo libro, sarebbe una rivoluzione antropologica in seno alla Chiesa. In questo senso avevo sostanziato la proposta con un programma virtuale: convertire l’immenso patrimonio immobiliare e finanziario e assegnarlo a una specie di fondo per un welfare universale che abbia lo scopo di affermare il diritto umano a vivere senza miseria. Se papa Francesco ha bisogno di un buon Segretario di Stato, eccomi: avrei già in mente un bel piano di dismissioni.

Visto che il nostro Paese è in crisi, partirebbe dal pagamento dell’Imu e dalla rinuncia all’8xmille?
Certo. Ecco, sull’aspetto dell’8xmille, che comunque rimane un sistema truffaldino per quanto riguarda le scelte non espresse, lo Stato italiano finisce col ricevere una cifra ridicola, che va a costituire un fondo per i Paesi in via di sviluppo, che a sua volta è quindi molto esiguo. La Chiesa di Francesco potrebbe fare il bel gesto di rinunciare al proprio cospicuo 8xmille e destinarlo a quello stesso fondo, per esempio. E ciò, lo ripeto, aiuterebbe anche la Chiesa a ritornare al proprio spirito di religione e di religione libera così come sancito dai suoi accordi con i vari Stati.

Tornando alla realtà, un papa è sempre un papa e non è che si possano auspicare tanti passi avanti in tema di diritti civili, anche se ha preso il nome di Francesco. Già stanno circolando le cose che Jorge Mario Bergoglio ha detto contro donne, aborto e unioni gay. Lei che ne pensa?
Non conosco ancora bene Bergoglio, ma penso che lui sia un conservatore come praticamente tutti gli altri cardinali presenti in conclave, almeno per quanto riguarda il diritto di famiglia e la sessualità. Per questo insisto molto sul fatto che la Chiesa debba liberarsi e liberarci dal suo potere temporale: perché le leggi fondamentaliste, clericali e limitanti i diritti di tutti su quei temi, sono il frutto – più che della dottrina sociale della Chiesa – del potere economico e finanziario del Vaticano che condiziona politicamente gli Stati come il nostro.

© Paolo Izzo

Articolo pubblicato su Cronache Laiche
con il titolo “Non basta chiamarsi Francesco per innovare e ripulire la Chiesa”

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