La rivoluzione mancata del 1977 a teatro

Intervista a Francesca Pirani

pirani

Il 1977 è stato un anno importante e tutto italiano: gli echi del ’68 spingevano ancora verso la ribellione, nascevano nuovi movimenti studenteschi e culturali e  grazie ai Radicali si erano o si sarebbero vinte le battaglie libertarie sul divorzio e sull’aborto. Ma quell’anno vide accendersi e spegnersi nel giro di pochi mesi una speranza di libertà e di rivoluzione che segnò anche un punto di partenza significativo per la deriva terroristica che sconvolse il Belpaese negli anni a venire. Abbiamo intervistato la regista e scrittrice Francesca Pirani, che porta in scena una suggestiva pièce teatrale, scritta con Francesca Angeli (regia di Francesca Pirani ed Eugenia Scotti), che si intitola ’77. La rivoluzione è finita. Abbiamo vinto. I romani possono vederla al Teatro Tordinona (via degli Acquasparta 16) dal 2 al 4 aprile prossimi.

77 la rivoluzione finita

Il titolo del vostro lavoro dice già molte cose sulle contraddizioni di quegli anni. Ci racconta come nasce e perché avete scelto di raccontare proprio il 1977?

Per cercare di capire, innanzitutto, che cosa sia successo a quella generazione e perché certe rivolte nascono e muoiono nel giro di poco tempo. Mi colpiva il fatto che, rispetto al ’68, il ’77 sia stato decisamente più tragico: la disaffezione alla politica, lo scontro con il Partito comunista, l’arrivo delle droghe pesanti, la lotta armata. Un’altra differenza è che, mentre tutti i sessantottini hanno trovato in seguito delle buone collocazioni, dei protagonisti di quegli anni non è rimasto quasi niente e in molti sono morti o sono finiti male: c’era una disperazione diversa, psichica, come ho potuto leggere anche nelle lettere che le persone mandavano al giornale di “Lotta continua”. Il titolo del nostro lavoro, poi, è rubato all’ultimo numero di un altro giornale di quegli anni, fatto dagli indiani metropolitani, che si chiamava “A traverso”.

Tre piani narrativi: l’incontro al buio tra una donna e un uomo, le riunioni dei giovani ribelli e un salto all’indietro nel tempo con il racconto preso da “I giusti” di Camus dei rivoluzionari russi di inizio Novecento. Tutto intrecciato in uno scenario scarno, composto da un letto e da un tavolo…

In origine, intanto, questa sceneggiatura doveva essere un film. E in quel film il teatro sarebbe stato uno degli elementi narrativi, perché in quell’anno il teatro, insieme alle radio libere, era uno dei pochi posti dove si cercava di raccontare qualcosa mentre fuori si sparava. La scelta dei tre piani, che all’inizio dovevano essere anche quattro, con la presenza di un coro come nelle tragedie greche, è dovuta proprio alla complessità di ciò che volevamo narrare. Tanti giovani, tutti diversi, da quello ideologico a quello violento, dall’ingenuo al romantico, che a un certo punto lasciano l’appartamento per una riunione di chi è già in clandestinità. In realtà arrivano i “giusti”, che organizzano i terribili attentati nella Russia tra il 1901 e il 1906. Gli attori sono gli stessi e anche i dialoghi si assomigliano, anche se sono passati settant’anni. Un tema che ritorna, non risolto, dal passato.

A portare un po’ di speranza c’è il terzo racconto, che percorre le altre due storie: la notte d’amore tra un uomo e una donna.

Intanto, all’inizio dello spettacolo c’è una ragazza che salva dal suicidio il personaggio più sensibile della storia. E poi sì, c’è la notte d’amore tra i due sconosciuti. Che è preso da un racconto vero di Franco Berardi Bifo, di quando lui lavorava a Radio Alice e c’era un flirt telefonico con una ragazza. E poi i due si davano un appuntamento al buio. Quella storia mi ha fatto pensare a una favola, tra Amore e Psiche e Sherazade, perciò nello spettacolo il ragazzo a un certo punto scopre che la ragazza ha una pistola e che forse il giorno dopo deve andare a uccidere qualcuno: allora lui comincia a raccontarle delle storie per evitare quella apparente ineluttabilità.

Lo spettro del fallimento è il Godot che sembrano aspettare i personaggi del suo lavoro. Nel loro tentativo di rivoluzione serpeggia sempre qualcosa di suicidario, che sembra rimandare spesso al tema della malattia mentale. Non a caso l’anno successivo fu quello della legge 180, che in qualche modo disse che siamo tutti un po’ matti…

A quei tempi circolavano tante idee e scritti davvero insensati. Che se non eri pazzo ti facevano impazzire e di cui i giovani si riempivano la bocca… C’è un momento dello spettacolo in cui una ragazza dice “preferisco l’inferno ma sentire la mia pelle” e il più violento dei giovani le risponde “tu ragioni con dei termini esistenziali ed emotivi… i comunisti non credono all’inferno, credono al nulla”. Quando lei ribatte “mi fai venire l’angoscia”, lui conclude citando Kierkegaard “l’angoscia è la vertigine della libertà”…

La rivista Quaderni Radicali è nata proprio nel 1977. Qualche anno fa, nel trentennale, abbiamo pubblicato un numero speciale dove tra l’altro chiedevamo allo psichiatra Massimo Fagioli di raccontarci quegli anni. In una intervista dal titolo significativo “Non c’è libertà senza identità”, Fagioli disse: «(…) la molla di tutto è stata la fatuità. Si diceva “liberiamo il desiderio” e si intendeva che la libertà si ottenesse spaccando le vetrine o uscendo di casa nudi. Ma non era vero: c’è la realtà umana da prendere in considerazione (…) la libertà è un po’ come una medicina: presa a giuste dosi fa bene, se sbagli le dosi è veleno. Se ti prendi tutta la libertà, arrivi a dire come Binswanger e Foucault che c’è la libertà di buttarsi dalla finestra o di violentare i bambini».

Concordo con Fagioli, ovviamente. Anche quando sostiene che bisogna partire dal moto studentesco di Berkeley del 1963 o, soprattutto, rendersi conto del compromesso storico che in Italia stava legando i comunisti con i cattolici. Il 1977 è un fenomeno tutto italiano ed è anche in quel periodo che il Partito comunista abbandona i movimenti e Lotta continua si scioglie, con i suoi rivoli che vanno un po’ da tutte le parti, come un’emorragia. Anche costituendosi talvolta in piccoli gruppi terroristici. Questa era l’ideologia di libertà, malata, che anche io tento di raccontare. Con gli occhi di chi l’ha scampata. E un mio riferimento personale, in questo senso, a Massimo Fagioli e alla sua Analisi collettiva, con il sogno che viene raccontato nel finale dello spettacolo, non è affatto casuale.

© Paolo Izzo

 Intervista pubblicata su Agenzia Radicale

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