Femminicidio: una parola nuova per un crimine antico

Intervista a Loredana Lipperini

loredanalipperini

«Donne uccise in quanto donne. E per questo si deve usare una sola parola: femminicidio». Non ha dubbi Loredana Lipperini, autrice insieme a Michela Murgia di “L’ho uccisa perché l’amavo. FALSO!”, un agile ma approfondito pamphlet che esce giovedì 18 aprile nella collana “Idòla” (a Roma sarà presentato dalle autrici il 22 aprile alla libreria Giufà – via degli Aurunci 38 – ore 18.30), una sezione dell’editore Laterza che cerca di smontare tutti i luoghi comuni. Giornalista e scrittrice, molto attiva nella difesa dei diritti delle donne, Lipperini – che oggi è anche conduttrice di Fahrenheit su RadioTre – è stata una giovanissima prima direttrice donna di un giornale: Notizie Radicali. L’abbiamo intervistata chiedendole innanzitutto della necessità, dell’urgenza di questo suo nuovo libro.

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“L’ho uccisa perché l’amavo. FALSO!” nasce dall’esigenza di ragionare sulle parole, non solo perché sia io sia Michela Murgia siamo persone che di parole vivono, ma anche perché la sensazione che abbiamo avuto contemporaneamente, dopo anni di racconto del femminicidio, è che esistesse appunto un problema di parole. Ciò significa non solo prendere in considerazione come le cronache giornalistiche e televisive, nonché il web, affrontano i femminicidi, ma anche il modo in cui continua a sembrare una faccenda “naturale”, da molti punti di vista, uccidere una donna che abbandona. La stragrande maggioranza delle donne morte per femminicidio sono donne “abbandonanti” e chi le uccide è un compagno, un marito, un fidanzato abbandonato.

Quello che non si accetta è la libertà della donna?

Qui entriamo in un terreno molto spinoso. Sì, certo – e su questo tasto Michela e io battiamo molto – non si accetta ancora che uomini e donne non siano ancorati a un assai malinteso concetto di “natura”. L’uomo non è cacciatore e la donna non è preda, nonostante in tutte le storie che riguardano il femminicidio venga ribadito il contrario: l’uomo agirebbe così perché in preda a raptus, furia, istinto e la donna non può che soccombere a tutto questo. Nel pamphlet abbiamo citato “Comizi d’amore” di Pasolini, per una domanda che lui faceva – si era nel 1963 – a uno dei suoi tantissimi interlocutori a proposito di “delitto d’onore”: gli veniva risposto che il divorzio non va bene perché non “lava via” il disonore. Un’altra delle cose con cui non facciamo abbastanza i conti è che il “delitto d’onore” sia stato abolito l’altro ieri. Ed è passato troppo poco per potersene davvero liberare.

C’è un evidente problema culturale, che viene anche da molto lontano nel tempo. L’odio per le donne affonda le sue radici nella religione e nella filosofia, da Platone in poi, che hanno sempre tentato di inculcare quanto la donna sia un essere inferiore. Da gestire, da comandare, da educare…

Posso aggiungere anche la letteratura? Perché è certo che c’è un problema di rappresentazione: modelli culturali antichi come questi non si scardinano in una manciata di anni. Non lo hanno fatto neanche i Paesi nordici, dove il numero di femminicidi è addirittura maggiore che da noi, nonostante siano proprio quelli dove si fa di più per la parità fra i sessi. Però, chiusa questa parentesi, torno alla domanda su religione, filosofia e… letteratura. Senza alcun intento censorio o di moralismo, Michela e io ci soffermiamo molto su quest’ultima, per una questione di “sguardi”. Una questione che peraltro, con molto coraggio e acume, Adriano Sofri molti mesi fa pose per “Il rosso e il nero” di Stendhal: la letteratura, soprattutto otto e novecentesca, ha fissato il suo sguardo sulla “nobiltà” dell’abbandonato che uccide. Cioè, noi siamo dalla parte del protagonista di “Sonata a Kreutzer” di Tolstoj o di don Josè che pugnala Carmen a morte, “la mia Carmen adorata”. Ecco: la “sua” Carmen adorata! Soltanto, incredibilmente, Gabriele D’Annunzio ne “L’innocente” ha un soprassalto di lucidità quando scrive che gli uomini che amano hanno in sé un germe di sadismo. Questa è la cultura, queste le parole di cui siamo stati nutriti: se non crediamo alla natura, alla cultura crediamo molto. Allora è importante cominciare a cambiare lo sguardo e molti scrittori uomini contemporanei l’hanno fatto: uno per tutti Roberto Bolaño che, in “2666”, ha raccontato i femminicidi di Ciudad Juárez.

Tornando alla filosofia greca, voi dedicate un intero capitolo all’eterno binomio Eros e Thanatos: questa convivenza di amore e morte, che anche ai giorni nostri fa percepire il rapporto uomo donna come una specie di battaglia e il desiderio come una volontà inconscia di distruggere l’identità dell’altro. Oltre alla filosofia, si può annoverare anche la psicoanalisi tra i responsabili di questo “sguardo” negativo sul rapporto tra i sessi?

Pur tenendo conto che il nostro è un pamphlet che non supera le cento pagine, tra le righe c’è un riferimento anche a questo. Ma ovviamente noi non indichiamo delle strade, sperando invece che da ognuno dei settori che abbiamo esaminato nascano delle riflessioni. Il problema è sempre e soprattutto considerare i femminicidi come qualcosa che riguardi altri, come dei casi limite da cui non possiamo essere toccati. Sarebbe invece profondamente importante capire che ciò che succede, non solo alle donne ma in tutte le disuguaglianze, non riguarda solo “altri”: ragionare sul femminicidio significa anche ragionare su un “noi” che abbiamo perso, nella società di “io” in cui stiamo vivendo.

Voi sottolineate come la parola “raptus” sia l’ennesima foglia di fico per nascondere una verità più profonda e quindi non vada utilizzata. Non sarebbe il caso, quando un uomo uccide una donna, di parlare di malattia mentale?

Andrebbe utilizzata l’unica parola possibile, che è stata adottata a livello internazionale, per quanto possa risultare sgradevole e sulla cui “estetica” mi sono personalmente scontrata a tutti i livelli: femminicidio. Donne uccise in quanto donne. Il raptus non va nominato perché basta guardare le cronache per capire che non ha nulla a che vedere con i femminicidi: nella stragrande maggioranza dei casi, quegli uomini vanno a bussare alla porta della ex già armati, già pronti a ucciderla e, per farlo, impiegano lunghi minuti, se non ore.

Anche in quella lucidità, insisto, ci sono i sintomi della malattia mentale…

Parlare di malattia mentale – e questo lo dico non essendo una psichiatra e quindi non essendo titolata a farlo – può essere ancora fuorviante. Perché certamente si potrà ragionare sui singoli casi, però quello che avviene è qualcosa di estremamente… normale. Perché non si riesce ad accettare che in quegli oltre cento omicidi del 2012 ci sia stata una reiterazione della stessa modalità: uomini abbandonati che uccidono donne abbandonanti, con cui magari hanno avuto dei figli o forse no, da cui sono stati lasciati serenamente o forse no. Il meccanismo è sempre lo stesso e attraversa tutti i ceti sociali e intellettuali. Ci sono casi anche lontani, che magari sono stati dimenticati e che noi riportiamo nel libro: penso all’omicidio di Marie Trintignant da parte di Bertrand Cantat, leader musicale di grande intelligenza e cultura e addirittura impegnato politicamente. Il quotidiano Libération allora ne parlò quasi in termini di scusa, come di un compagno che aveva sbagliato!

Concludiamo, allora, sulla politica. Anche in questo campo i risultati che possono essere raggiunti dalle donne sembrano sempre essere una concessione e una decisione degli uomini: penso alle quote rosa, alla elezione di Laura Boldrini alla presidenza della Camera e alle ipotesi attuali su una futura presidenza della Repubblica al femminile. Sono sempre gli uomini a voler gestire le donne…

Infatti è un lavoro culturale lunghissimo, quello che attende donne e uomini. Perché con il nostro libro vogliamo cominciare a ragionare sulle parole? Per esigere che la volontà delle donne non venga presentata con la causa della loro morte; per pretendere che la violenza non venga presentata come una variante della comunicazione amorosa. Ragionare sulle parole è sempre il punto di partenza, almeno nel caso delle disuguaglianze: penso alla battaglia lunghissima che si sta combattendo sul razzismo e a come solo recentemente i media stiano abbandonando l’uso della parola “clandestino” per definire un immigrato. Ma quanto tempo ci è voluto per arrivare a questo?

© Paolo Izzo

Intervista pubblicata su Agenzia Radicale

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