“Girandole sui balconi”: come unire (buona) letteratura e thriller

Intervista a Maurizio Grasso

mauriziograsso

Il giovane Francesco Aversa trova una strada di guadagno e successo facili come “paparazzo”, ma gli anni che passano e un errore imperdonabile lo portano a rendersi conto di quanto quel lavoro e quella identità siano effimeri, superficiali. Così cambia radicalmente vita, per dedicarsi al rapporto con gli altri, partendo dal luogo più difficile, un carcere, dove Francesco “Visitor” va a fare, appunto, visita a detenuti sconosciuti. In una sequenza alternata di pagine molto letterarie e di elementi di vero suspense, la catarsi di un uomo, le sue continue separazioni, i dubbi e gli ostacoli cui egli va incontro, sono ben raccontati da Maurizio Grasso in “Girandole sui balconi” (Solfanelli, gennaio 2013). Siamo quasi assuefatti a leggere storie in cui i personaggi ci vengono presentati tutti insieme, mentre la peculiarità della struttura narrativa del nuovo romanzo di Grasso è quella di un palazzo reale dove per accedere a una stanza si deve passare per quella precedente. Così altre storie si scoprono a mano a mano che si sviluppa il romanzo e, allo stesso tempo, come nel coro di una tragedia greca, tutti i personaggi via via narreranno la storia di quello principale, Francesco, facendoci conoscere i vari aspetti della sua personalità. Senza svelare la trama del romanzo, ne abbiamo parlato con l’Autore.

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L’idea del mio romanzo è nata tutta a priori: conservo ancora le due paginette dove c’è il plot, dove erano già previsti i cinque personaggi principali, tra cui Francesco Aversa, che ne rappresenta il centro. Poi chiaramente alcune idee sono venute in corso d’opera, ma la struttura generale era nata già prima della scrittura: i personaggi raccontano la storia di Francesco, ma sono protagonisti a loro volta. Per esempio, il personaggio di Bianca, la madre di Francesco, è l’alpha e l’omega della storia – che comincia con lei e finisce con lei – pur rappresentando, se vogliamo, un personaggio periferico.

Anche gli altri, dalla moglie di Francesco, Alberta, al commissario, passando per il boss mafioso, sembrano prendere vita quando in qualche modo si “separano” da Francesco…

E cominciano anche a comprendere meglio loro stessi, pur rimanendo coinvolti dal destino di Francesco. Penso al personaggio di don Ignazio, che capisce il senso e il peso della propria vita dopo aver conosciuto “Visitor”; ma anche al commissario che, pur non avendo conosciuto il protagonista, ha dei contatti profondi con la sua vita attraverso la conoscenza di Alberta. Persino io ho capito meglio degli aspetti delle varie storie mentre le raccontavo.

Forse proprio perché, nonostante ci sia un piano dell’opera, i personaggi a volte costringono sempre l’autore a farli vivere di vita propria. La madre Bianca, a seguito di un accadimento traumatico che non racconteremo, comincia a essere protagonista a sua volta…

Infatti. C’è un momento in cui è come se il libro ricominciasse da un nuovo inizio. Un’uscita di scena inaspettata per il lettore, mette in evidenza gli altri personaggi. Da ciascuno di loro, ho cercato di tirar fuori tutto quello che potevano dirmi e in effetti, soprattutto durante la rilettura, è come se mi fossi messo in colloquio con i personaggi, per ascoltarli. E via via ho scoperto aspetti nuovi delle loro storie: il colpo di scena finale, per esempio, mi è venuto da loro. Non lo avevo previsto: sebbene il mio intento sia proprio quello di sorprendere il lettore, non pensavo che anche io sarei rimasto stupito.

L’alternarsi dei colpi di scena e delle digressioni introspettive, renderebbero la vita difficile a chi volesse fare un film dal suo libro. Ma sarebbe una bella sfida, magari per un regista… francese! Lei è anche traduttore, infatti, e sono tante le traduzioni di testi classici, da Proust a Voltaire, da Stendhal a Flaubert, Hugo, Maupassant, Zola che portano la sua firma. Quanto, questo aspetto della sua professione, ha influenzato la scrittura di “Girandole sui balconi”?

Penso che dopo aver tradotto Proust, ma anche Flaubert, non ho potuto più scrivere come scrivevo prima. Per questo, anche con un linguaggio ricercato, con un vocabolario molto ampio, con l’amore per la frase costruita, ho cominciato a scrivere in modo molto realista. Aprendo e chiudendo parentesi nel racconto, ma senza finire nel flusso di coscienza alla Joyce, per intenderci. Ciononostante, è vero, molti lettori dicono che per il mio romanzo vedrebbero bene una trasposizione cinematografica, forse per i colpi di scena, per i flashback, per i dialoghi già praticamente sceneggiati.

Vorrei concludere la nostra conversazione con un tema che interessa molto da vicino noi radicali. A proposito delle carceri, lei coglie un aspetto molto importante e cioè quanto sarebbe importante che per i detenuti fosse previsto, al di là della pena, un ripristino dei loro rapporti umani, che evidentemente sono saltati nel momento in cui hanno commesso un reato. Ciò sarebbe possibile attraverso incontri, letture, lavori, stimoli che invece mancano totalmente e i carcerati vengono lasciati nella stessa, se non peggiore condizione di quando sono entrati…

Il tema delle carceri l’ho affrontato in modo molto tangente: è uno scenario di fondo nella storia di una strana amicizia tra il protagonista e il capomafia Dimmisi. Quello che dice lei sta nel dettato costituzionale, non bisognerebbe inventarsi niente: il carcere deve essere una struttura che riabilita, che consente di reinserire l’individuo nell’ambito sociale. La condizione delle carceri italiane è sotto gli occhi di tutti ed è una condizione subumana, come del resto quella dei Cie per gli immigrati, che sono veramente dei lager. Nel romanzo, il personaggio di Francesco va a trovare proprio gli “ultimi”, quelli che non sanno nemmeno scrivere, né far valere le loro ragioni, perché non possono permettersi un avvocato. Al contrario, don Ignazio è un personaggio borderline in questo discorso: è uno di quelli che ha comandato, è un privilegiato. E tuttavia, anche don Ignazio riceve qualcosa da questo giovane che gli offre la sua amicizia disinteressata. Ma forse sarà troppo tardi.

© Paolo Izzo

 Intervista pubblicata su Agenzia Radicale

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