La libertà di scelta e la scelta di “Miele”

Intervista a Francesca Marciano 

francesca marciano

Esce nelle sale il 1° maggio “Miele”, il film dell’esordio alla regia di Valeria Golino. Tratto da un romanzo di Mauro Covacich, racconta la storia di una donna (Jasmine Trinca) che, dietro compenso, accompagna i malati terminali che glielo chiedono verso la “dolce morte”, da cui il suo nome in codice. Dopo “Bella addormentata” di Marco Bellocchio, è il secondo film italiano, in un solo anno, che affronta il tema dell’eutanasia. Segno che anche la cultura, oltre all’opinione pubblica, vuole confrontarsi su problematiche cosiddette “sensibili” come questa. Ne abbiamo parlato con Francesca Marciano, scrittrice e sceneggiatrice (con Valia Santella) di “Miele”. 

miele

Sul Venerdì di Repubblica di oggi, lei scrive che eravate spaventate di fronte al progetto di Valeria Golino, quando lo ha proposto a lei e a Valia Santella. Ci dice perché? 

Intanto anche Valeria era spaventata all’idea di fare un film sull’eutanasia, essendoci il clima che sappiamo in Italia ed essendo il suo primo film. Questo Paese ogni volta tende a scoraggiare: nel parlare di certe cose, sembra sempre che ti saltino tutti addosso. Semmai la sorpresa è nel rendersi conto che la gente è sempre più avanti di quelle che sono le censure e i veti: la gente vuole parlare di coppie di fatto, di adozioni gay, di eutanasia. Vuole capire, risolvere questi temi.

Quindi pensa che sia un tabù indotto dalla politica o dall’informazione?

Anche e soprattutto dall’avere il Vaticano qui! Viviamo in un Paese dove scontiamo molto il fatto di essere cattolici e di essere cresciuti con questo imprinting, molto di più di quanto non accada ai nostri vicini di casa francesi o spagnoli.

Sull’eutanasia, c’è un recente sondaggio di Eurispes che indica la stragrande maggioranza di italiani come favorevoli all’eutanasia. Lei stessa ha appena sottoscritto la proposta di legge di iniziativa popolare per la legalizzazione dell’eutanasia, promossa dai radicali dell’Associazione Coscioni…

Questo tema, come fu per il divorzio e l’aborto, è una problematica che riguarda le persone molto da vicino: tutti abbiamo paura di morire soffrendo o di non poter scegliere come andarcene da questo pianeta. Non credo che esista qualcuno che non preferirebbe poter scegliere di morire senza soffrire. Ho firmato convintamente quella proposta di legge, per me e per tutti. Perché mi sembra assurdo ogni divieto che non ci lasci decidere del nostro corpo, della nostra vita.

Nel film si va anche oltre la malattia terminale. Un uomo (Carlo Cecchi) apparentemente in piena forma fisica chiede ugualmente a Miele di farlo morire, forse perché è gravemente depresso. A livello personale, lei ritiene che si debba fare una differenza tra la malattia della mente e quella del corpo?

Il protagonista, con grande dignità non vuole parlare della sua depressione, di una stanchezza di vivere e afferma innanzitutto che non è tenuto a spiegare perché voglia finire la sua vita. “Cosa vuole che le confessi, una colpa tremenda che devo scontare?” domanda a Miele. Però questo non significa che anche la sua malattia non sia irreversibile. E sono scelte, come abbiamo visto anche nei casi di Lucio Magri o di quello più recente del giudice Pietro D’Amico, che comunque vanno rispettate, perché anche un dolore della psiche può essere insopportabile. In Italia, la contraddizione enorme è che non è illegale il suicidio, bensì che qualcuno possa aiutare un’altra persona a morire, se è questo che vuole. Credo che una persona che decida di terminare la propria vita abbia lo stesso diritto di un’altra persona che stia soffrendo fisicamente. Mario Monicelli forse avrebbe preferito poter scegliere un modo meno traumatico del doversi gettare dalla finestra e morire sull’asfalto. E’ una questione innanzitutto di dignità.

Ci sono psichiatri, però, che anche di fronte a una depressione molto grave non la ritengono incurabile, come altre malattie cosiddette terminali. Al di là della libertà di scelta individuale, qual è il suo punto di vista personale?

Il film parla esattamente di questo e perciò ho poi accettato di scriverlo. E’ una scelta talmente difficile che anche chi è in grado di aiutare a morire, come il personaggio di Miele, vive una contraddizione enorme di fronte alla scelta pur esistenziale dell’uomo che glielo chiede. Io stessa non so che cosa farei se fossi in Miele: il film pone una domanda terribile, senza voler dare la risposta. Che rimane un fatto assolutamente personale. Penso oggi alla morte di Anna Proclemer e a quello che dice Giorgio Albertazzi di lei: l’attrice gli aveva infatti chiesto di aiutarla a morire, ma lui si era rifiutato. E anche quella è stata una scelta.

Il paragone forse non regge, ma anche in “Bella addormentata” di Marco Bellocchio si racconta della giovane tossicodipendente che vuole farla finita. In quel caso il medico si oppone e glielo impedisce a tutti i costi. Cosa ne pensa?

Il film di Bellocchio è molto interessante, complesso proprio perché riesce a raccontare molti aspetti, uno diverso dall’altro, dell’eutanasia e del suicidio assistito, come in un caleidoscopio. Nel caso della giovane donna interpretata da Maya Sansa è chiaro che lei sta attraversando una tremenda crisi. Nel caso del nostro personaggio, invece, si tratta di un uomo che è rimasto da solo, che ha vissuto tutta una vita le cui cose migliori sono finite, che ha puntato sulla carriera che poi è finita e non ha avuto una vita affettiva sufficiente. E’ ovviamente una situazione diversa. Comunque la si veda, però, impedire per principio una libera scelta è secondo me sbagliato. Poi però si può aprire il capitolo più complesso e più doloroso di chi si trova a dover affrontare una scelta del genere e a dover scegliere a sua volta se assecondarla. Che almeno ci si possa confrontare su tutto questo, anche drammaticamente, senza mantenere l’eutanasia illegale o inconcepibile soltanto sostenendo che la vita sarebbe nelle mani di dio e non nelle nostre!

© Paolo Izzo

Intervista pubblicata su Agenzia Radicale

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