Proprio quei due

papermanÈ il 20, quando comincia a piovere. La notte. E c’è quest’uomo che batte la testa all’indietro, contro la porta di legno. Antica, la porta. E il legno. E duro, il legno, più della testa dura dell’uomo. E antico il bacio della donna che lo spinge così, all’indietro. Antico come una notte di campagna con le lucciole, come un silenzio senza telefoni, come una sigaretta fumata in segreto. Forse lei non lo spinge davvero, è lui che si ritrae. Per attrarla, si ritrae. Per ricevere il suo bacio antico. Potrebbe soffiarla con un suo bacio, invece, a un metro di distanza. Leggera com’è, gli basterebbe un bacio di uomo per spingerla in mezzo alla piazza medievale e poi raggiungerla lì. E fare l’amore, i due, nel mezzo della piazza. Libellula e uomo. Da far nascere un angelo, come minimo. Un Cupido.
Ma quello doveva essere già passato, a dirla tutta. Come sa fare lui, celandosi in un dolce inganno. Forse a cena, avvolto in una melanzana, o zuccheroso tra susine e fichi. Scansandosi ogni volta che la bocca ciliegia morbida essenza rossa sapienza liquida sbuffante broncio perfezione di curva, cioè – per farla breve – la bocca di lei: ecco, scansandosi il divino Amore – niente a che vedere con quell’altra favola, s’intende – prima che quella bocca meravigliosa lo scambiasse per una melenzana o per la marmellata di susine… Ma no. Il complice di misfatti cardiaci deve essere passato, invece, in quell’istante in cui la libellula è volata su un gradino e raccontava e raccontava e raccontava. E l’uomo le si è messo proprio di fronte. E lei rispondeva a una sola piccola domanda, una domanda cui aveva già minacciato di rispondere, prima, ma la prendeva larga e il tempo scorreva amico. E a lui le parole entravano dagli occhi, in quel momento, direttamente. Con lei, posata ma fremente colibrì, sul gradino. Devono essersi distratti un attimo, i due. Ed ecco l’infido lanciatore di dardi appostarsi, a proposito di tempo, tra le lancette dell’orologio del campanile, prendere la mira e scoccare; proprio lì nella piazza antica riempita da una piazza giovane. Proprio quei due, nel mucchio.

* * *

È quando una ragazza scivola sui sampietrini luccicanti di pioggia; quando qualcun altro arriva a sollevare da terra la sua lagnosa interruzione vivente; quando si guardano negli occhi, i due. Che mentre ci si bacia non è un’operazione così semplice, guardarsi. Vedersi. Soltanto quando l’inopportuna ruzzola, infatti, si guardano. Senza dirsi niente che passi dalle corde vocali: che pure potrebbero, ché hanno belle voci di fumo e di radio, entrambi.
È un filo di pioggia orizzontale, invece, che passa soltanto per gli occhi e ferma ogni ipotesi di voce. Un accenno di cenno. Di un’intesa. Una folgore che attraverserà le porte antiche, bruciacchiando lignei passaggi. E asciugando i gradini in previsione del prossimo labrador che vorrà soggiornarvi elegante.
È in quel quando, si conferma, che un movimento precorre e percorre gli aliti e gli abiti come un brivido muto. Scossa tellurica per cuori poco allenati, invito inascoltato all’intervento immediato delle braccia consolatorie di dea Ragione. È in quel quando, che avrebbero potuto fermarsi. O dovuto? Per rendere inoffensiva la freccia e innocuo l’apostrofo rosa.
A pensarci prima. A pensarci e basta; che poi anche il sogno è un pensiero, ma fugge la notte e fa follie al mattino. Non è raccomandabile, il sogno, in certi incontri di fantasie trafitte. Pensarci da svegli, insomma: tanto per confutare la certezza paranoica dell’arciere vittorioso, avrebbero potuto. O dovuto?
Ma non c’è stato verso. Lei è restata zitta, con la musica che batteva tra i seni arrossiti. Lui è restato zitto, con la schiena tremata dalle onde e un sorriso che ti sfido a scacciarlo.
Verso altra legna, i due incoscienti, hanno camminato; persino calmi. Come se fosse il solito falò di chitarristi estivi e non un rogo a due piazze, buono per ardere eretico e strega.
Provate a fermarli voi, due che si sono già detti tutto senza conoscersi affatto. Nient’affatto.

 * * *

Arriveranno, c’è da aspettarselo. E ci proveranno, quanto meno. A distrarli, ad allontanarli, a rubarli, ad attaccarli. A instillare il dubbio, a sporcare il bello, a disturbare l’intesa. Verranno dal passato e dal presente, da vicino e da lontano: sbucheranno persino quelli che erano scomparsi; torneranno dall’estero, se erano partiti.
Arriveranno. Attratti dall’odore del miele, che si percepisce soltanto col senso dell’invidia; per cacciare o scacciare l’orso, per farlo estinguere, arriveranno; per mietere il grano proprio mentre il vento lo stava accarezzando.
Arriveranno. E che arrivino pure. Soltanto la fantasia potrà combatterli. E una resistenza vitale. E un sorriso persistente. E una battagliera nonviolenza.
Lo sanno quei due, proprio quei due. O lo intuiscono appena. Sanno che non è soltanto l’emozione che dà quel colpetto leggero dietro alle ginocchia, mentre camminano verso un luogo dove non ci sia altra gente; dove possano chiudere fuori le persone fisiche. Ché quelle mentali è più difficile, perché riusciranno a insinuarsi lo stesso, se glielo permetteranno.
Lo sanno, quei due. Proprio quei due. E per questo la mano di lui, di tanto in tanto, le stringe più forte il fianco. E per questo a lei viene una voglia improvvisa di un altro bacio, proprio quando stanno giungendo alla loro oasi, al loro luogo sicuro, che poi di certezze è meglio non parlare ancora.
Per questo certi abbracci, a volte, sembrano degli approdi, dei pericoli scampati, dei sospiri. Ed è nel momento e nel movimento stesso dell’avvolgersi che si intuisce un accenno di paura consapevole. Che alla fine sono giunti giunti. Giunti giunti dove non avrebbero mai immaginato di essere qualche ora prima, che avevano persino prenotato due stanze. Almeno non avevano immaginato di arrivarci insieme, tutti e due. Né tanto meno che avrebbero scatenato il putiferio che arriverà. Quando gli altri arriveranno.

 * * *

Ma, intanto, non erano arrivati. Gli altri, si intende, non erano arrivati. E proprio quei due, nessun altro, erano giunti giunti a chiudersi alle spalle il resto del mondo, in una stanza che aveva l’odore della legna e un letto grande grande ma stretto stretto che al massimo ci si stava in due. E proprio quei due erano due, infatti. E nessun altro.
I vestiti diventarono immediatamente, goffamente, dei ricordi sbiaditi. Si svelarono tatuaggi e incertezze. E pelle nuda. E sincera nudità. Desiderio e poesia, senza che nessuna parola venisse pronunciata. Soltanto suoni. E respiri, che sembravano suoni. Le mani. Le gocce di calore sudore che imperlavano o percorrevano fronti e schiene. Lei che si inarcava come una dea, lui che sfrenava frecce senza punta. Non si dissero niente e sentirono tutto. Di nuovo, le mani. I corpi. I pensieri. Il futuro. E il desiderio. Nuovo. Sconosciuto. Inedito. Brancolarono, proprio quei due, in un coraggioso, buio silenzio. Assenso. Essenza.
E nemmeno ci avevano pensato, a costruire gabbie o acquari dove rinchiudere quell’attimo, dove lasciarlo difeso e inutile come un pezzo di museo. Semplicemente non era nelle loro corde, suonate, squassate dall’impeto. Nemmeno avrebbero saputo come cominciare a progettarla, a costruirla, una gabbia. O un acquario. Ché non avevano abbastanza ragione. Anzi, per niente. Facevano le cose così, senza impegno. Senza calcolo. Soltanto per impeto e assalto. Romanticismo antico di una formula coniata per l’occasione da una certa Madame, che avrebbe riscosso il suo successo o insuccesso soltanto secoli più tardi. In quella stanza dall’odore di legna bruciata, di passione bruciata, di gabbie e acquari mai saputi costruire con la ragione fredda. Si amarono, quei due, proprio perché si erano gettati nell’ignoto. E i loro corpi erano le loro menti. Senza scissione.
Quando l’attimo li sorprese, alla fine, l’emozione fu troppo forte. Il grido sorriso fu troppo forte. E caddero addormentati. Rinunciando ai propositi della vigilia e della forma e della norma. Sfidando passato, amici e pescecani. Perché per loro quell’attimo era la vita stessa. Da cui si svegliarono, poi.

* * *

Infatti se ne va. Lei. Riprende le sue cose in fretta e furia e se ne va. Che sembra un incubo da svegli, dopo una notte senza sogni. Se ne va poco più di due mesi dopo, che sembra appena il giorno dopo. Che sembra non sia nemmeno venuta, quando se ne va. Perché si stropiccia gli occhi. Lui. E non la vede mai più. Perché si infila un mignolo nell’orecchio e scuote forte la mano. Lui. Ma non sente mai più la voce di lei, profonda di abissi e sigarette. Ricorda corse a bordo di binari, ricorda parole intrecciate come un uncinetto di passione, ricorda passeggiate lente per varcare un lungomuro e sospiri lunghi per placare il desiderio. Ricorda parole infiammate e futuri improvvisati. Ma non li trova più, quando mette la sua casa sottosopra per cercarli.
Non grida. Non respira. Lui. Che non sa più nemmeno immaginarla. Mai più. Forse perché la sua libreria onda è diventata un enorme punto interrogativo blu che suda domande e piange dubbi, ma non trova il bandolo della ragione, troppo nascosto nelle spire struggenti di un’utopia.
Quando lei se ne va, lui sparisce come schiuma sulla riva della spiaggia. Si mescola ai corpi stesi al sole, confonde le sue mani con quelle degli altri, ritrae la penna quando sta per sanguinare inchiostro. Si placano i guizzi, ma si scava il cruccio. Ancora più di prima. Tanto che gli darà il nome di lei, quando piccoli eretici cresceranno e gli chiederanno cos’è quel solco che separa i pensieri: inventerà una storia, fingendo che le lacrime sgorghino per un improvvido fumo di sigaretta. Pronuncerà il nome di lei come una scusa, certo un nome di fantasia, saluterà bambini che non le assomigliano e buonanotte anche a te, colibrì.

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