“Due giorni, una notte” per uscire da una precaria depressione

due-giorni--una-notte_Cinema_8492_tnJean-Pierre e Luc Dardenne tornano nei cinema con quella che si può definire una avvincente favola, dove una famiglia – insolitamente unita rispetto al registro dei precedenti film dei fratelli francesi – si trova d’improvviso ad affrontare uno stato di precarietà lavorativa, dopo che è appena uscita da una storia di depressione: entrambe le “patologie” riguardano la donna della storia, ma coinvolgono immancabilmente tutti gli altri. L’equilibrio instabile raggiunto da Sandra (Marion Cotillard), infatti, che aveva sofferto di quella malattia e che faticosamente ne era quasi uscita, è subito messo a dura prova dai dirigenti della fabbrica per cui aveva appena ripreso a lavorare, ma da cui viene licenziata su due piedi. La notizia la raggiunge di venerdì, mentre riposa e mentre nel forno di casa finisce di cuocere una torta per i suoi piccoli figli: licenziata prima del fine settimana, per di più con la maggior parte dei suoi colleghi resi complici con un bonus di 1000 euro che la ditta ha messo a disposizione per comprare il loro nulla osta.

Fino a qui, niente di spettacolare, s’intende. E forse Ken Loach ci avrebbe saputo dare una trama più articolata. Tuttavia la bellezza del film trova la sua strada, proprio nel perfetto dosaggio tra depressione e precarietà, amore e coraggio.
Dopo aver ottenuto il rinvio della votazione al lunedì successivo, Sandra partirà con passo incerto nella sua personale odissea di due giorni per cercare di convincere i suoi colleghi a votare per lei – rinunciando così al bonus – sostenuta prevalentemente dall’amore di Manu (Fabrizio Rongione) e da quello mai sdolcinato dei suoi figli, che la recente depressione della madre ha reso fin troppo maturi.
Raccontano bene questa storia, i fratelli Dardenne, lasciando moltissimo spazio alla bravura della premio Oscar Cotillard, ai lunghissimi primi piani che le dedicano, ai gesti di speranza e d’amore tra la donna e il suo uomo, appena accennati, ma profondamente intensi ed essenziali alla soluzione dell’intreccio. Comunque vada a finire.
Senza mai giudicare o prendere davvero posizione a favore o contro gli altri personaggi della storia, le immagini ci raccontano così la precarietà della vita e la depressione… del lavoro, che per l’occasione si sono scambiati il loro raggio d’azione: le esistenze, le relazioni, le amicizie si rivelano a volte più precarie del posto di lavoro e, viceversa, la depressione ammanta col suo velo la fabbrica e la città intorno, insensibili quasi quanto l’allarme della cintura di sicurezza non allacciata, che si mette a suonare puntualmente nel momento meno opportuno.
Ma anche la cappa più grigia può essere penetrata da un raggio di sole: a volte basta un sorriso dalle lacrime, un abbraccio spontaneo e una musica triste o rock che arrivi dalla radio. E persino un potente antidepressivo, che bene non fa, riesce a strappare un applauso e una risata liberatoria.
“Due giorni, una notte” (in uscita a Roma e Milano questo giovedì e nel resto d’Italia il prossimo) sembra una favola, si diceva all’inizio, ma forse è la vita stessa e ci dice molto sul rapporto donna uomo. Non essere soli, ma in due, così diversi eppure così complementari è – anche a rischio di dire una cosa ovvia – la migliore medicina contro ogni depressione e precarietà. Comunque vada a finire.

© Paolo Izzo – Recensione pubblicata da Agenzia Radicale

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