“La cameriera era nuova”, ma il resto meglio di no

cameriera copertinaAver intrapreso, per ragioni politiche, uno “sciopero del sorriso” che dura già da un paio di giorni e trascorrerne alcuni momenti in un ristorante che sembra un bistrot francese, se non altro per il nome un po’ retrò, mi rende più facile commentare il breve romanzo “La cameriera era nuova” di Dominique Fabre (trad. Yasmina Melaouah, pp. 96, € 12,00) della neonata casa editrice Calabuig.

Perché la storia del cameriere 56enne Pierre (o Pierreounet come lo chiamano in confidenza) e dei personaggi che popolano il suo microcosmo di un ristorante di Asnières, alla periferia di Parigi, sarebbe meglio leggerla in un momento di malinconia, piuttosto che incolparla ingiustamente di esserne la causa. E se fosse autunno e una pioggia leggera, ma imperterrita inzuppasse le tante foglie già cadute in strada, facendoci per forza scivolare in un locale dove ancora si può fumare in santa pace, ecco che la lettura di questo libro sarebbe ancor più congeniale.
Con una prosa “parlata” che ricorda il Romain Gary dell’indimenticabile “La vita davanti a sé” o, con meno eccessi, “Lo strappacuore” di Boris Vian, il già famoso e premiato autore francese Dominique Fabre, che approda al di qua delle Alpi grazie a Calabuig per la prima volta, ci racconta il punto di vista di un uomo che, per professione e con professionalità, frequenta persone molto diverse da lui, per quasi tutto il giorno, ma a lui accomunate per la coesistenza nel luogo-bistrot per cui egli lavora da anni. Il giovane ombroso che legge Primo Levi, la misteriosa donna che si rifugia al bancone del bar richiudendo un ombrello rosso, il cuoco che spara parolacce a tutto spiano, la cameriera che s’ammala (forse d’amore) e viene sostituita da una nuova che istantaneamente si amalgama tra i fumi della cucina e delle sigarette…
Quando torna a casa, alla sua vita privata, la notte o la domenica, Pierre (o Pierrot, come si apostrofa quando monologa tra sé e sé) è come se fosse impossibilitato a mutare quello schema fisso, vuoi per indolenza, vuoi per una tendenza depressiva o una debolezza di cuore che risentirebbero di sbalzi troppo repentini e smisurati. Allora anche fare il bucato, andare a cena fuori, avere degli amici o delle fidanzate assumono quella alterità, quella estraneità che il rapporto con datori di lavoro, colleghi e clienti del ristorante ha imposto allo scorrere quotidiano della sua esistenza. Eppure, dalla sua monotonia, Pierre si trova malgré tout ad affrontare situazioni psicologiche che ritiene anche più drammatiche della sua e a spendersi per esse più di quanto ci abbia provato per se stesso: la crisi coniugale dei titolari del bistrot, per esempio, ha per lui il pregio di distoglierlo dai propri fallimenti sentimentali e persino di farlo sentire più forte e utile, pur nella sua condizione di cameriere prossimo alla pensione.
Potrebbe vivere all’infinito, il malinconico Pierrot, se riuscisse a perpetuare all’infinito il suo ritmo consolidato e sicuro. Se non fosse che un bistrot, come del resto un libro, di notte o di domenica, ma anche per le ferie o perché semplicemente è finito il suo tempo, prima o poi si deve chiudere.

© Paolo Izzo
Recensione pubblicata su Agenzia Radicale

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