“In nome di mia figlia” o della giustizia ritrovata

locandina in nome di mia figliaQuando una persona amata muore, l’immagine che torna più frequentemente alla memoria è quella dell’ultima volta in cui si è vista in vita. Per André Bamberski il saluto di sua figlia Kalinka in partenza per la Germania, dove morirà ad appena quattordici anni, deve essere stato una ossessione che è durata più di trent’anni. Lo testimonia il suo libro autobiografico “Pour que justice te soit rendue” (Ed. Lafon, 2010) e il film che il bravo regista Vincent Garenq ne ha tratto e che da oggi è nelle sale italiane con il titolo di “In nome di mia figlia”. 

È poco conosciuta da noi, ma non in Francia e in Nord Europa, l’incredibile vicenda di Bamberski, che ha combattuto tre decenni per dimostrare che la sua Kalinka non era morta accidentalmente, ma era stata violentata e uccisa dal nuovo compagno della madre, lo stimato e insospettabile medico Dieter Krombach. Un magnifico Daniel Auteuil nei panni di Bamberski e la regia incalzante ed essenziale di Garenq ci raccontano in tutti i suoi dettagli foschi e drammatici la vera odissea di quest’uomo che cerca la verità e che è disposto a varcare pericolosamente il sottile confine della giustizia fai-da-te per ottenerla. 

Il suo cammino instancabile incontra ostacoli che sembrerebbero impossibili da valicare: la ex moglie, che prima lo ha tradito e che poi nega il coinvolgimento del suo nuovo compagno anche di fronte all’evidenza, il “protezionismo” della Germania nei confronti del suo cittadino Krombach e la corresponsabile ignavia della giustizia francese. Ma l’uomo non si arrende mai, anche a costo di rischiare di perdere altri affetti, come la nuova donna che lo ama, ma che stenta a reggere il suo impegno totalizzante. 

La caparbietà di ottenere che siano proprio le istituzioni a rendere giustizia è il tema focale del film, quasi più di quella violenza carnale su una minorenne e della sua morte, che sono pure alla base dell’ossessione dell’uomo. Tanto che all’incontro con il regista, pensando che all’origine delle pruriginose reticenze giudiziarie dei due Paesi ci fosse proprio l’odiosità del reato in questione, abbiamo provato a sottolineare come lo scontro Bamberski-Krombach tenda a prendersi tutta la scena, lasciando forse in secondo piano quella ragazzina stuprata e uccisa nel cui nome un uomo adulto ne combatte un altro. Vincent Garenq ci ha risposto che lui si è attenuto fedelmente al racconto del suo protagonista e di quanto contenuto nelle carte giudiziarie della trentennale vicenda. E alla fine, quindi, giustizia è fatta. Almeno così sembra.

© Paolo Izzo – recensione pubblicata da Agenzia Radicale 

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