KNews – Giardini Marco Pannella: Paolo Izzo dei Radicali oggi è in sciopero della fame!

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Giardini Marco Pannella, ultime news. Continuano i digiuni di iscritti al Partito Radicale, e si allarga il fronte di chi chiede una risposta di Sala al voto, di oramai più di 6 mesi fa, del Consiglio Comunale sui Giardini Pannella. I Radicali di Milano stanno digiunando per sollecitare una risposta del Sindaco di Milano alla richiesta, votata dal Consiglio Comunale, di derogare alla norma che prevede la possibilità di intitolare un bene pubblico a personalità solo dopo 10 anni dalla loro scomparsa.

Nella fattispecie, la deroga riguarda la possibilità di poter intitolare i giardini di Piazza Aquileia, davanti al carcere di San Vittore, a Marco Pannella. Dopo vari e diversi pareri di componenti della Giunta e dello stesso Sindaco Sala, sulla deroga alla norma, non è ancora arrivata una risposta ufficiale. Alla morte di Pannella, infatti, la Comunità Ebraica Milanese ha proposto di dedicargli i giardini di Piazza Aquileia subito l’attenzione è andata al vicino Carcere di San Vittore, memori di tante battaglie per la giustizia giusta del leader radicale e dei militanti radicali.

I Giardini in memoria di Marco Pannella

In molti hanno chiesto al Sindaco Sala di attivarsi per chiedere una deroga anche per il leader radicale, come del resto ha fatto il Consiglio Comunale quasi all’unanimità il 22 settembre scorso. Intanto, vari iscritti al Partito Radicale Nonviolento transpartito transnazionale insieme ad altri cittadini da quasi 2 mesi si alternano in digiuni per avere una decisione definitiva di Sala. Oggi sabato digiuna lo scrittore e giornalista Paolo Izzo, per sollecitare la risposta di Sala e sostenere la richiesta di deroga alla norma che impedisce di intitolare luoghi pubblici a personalità scomparse da meno di 10 anni, che sarebbe il modo migliore di iniziare il mese di iniziative in ricordo di Pannella.

Paolo Izzo esponente dei Radicali oggi in sciopero della fame

Dichiara Izzo in una nota: «Con quesiti e orari semplici, quasi marzulliani, da mezzanotte di oggi fino alla stessa ora di sabato, digiunerò affinché il Consiglio comunale di Milano e il Sindaco Beppe Sala si diano una risposta a una domanda che si sono posti a suo tempo. Come ho appena scritto alla edizione milanese del Corriere della Sera, che già diede spazio a me e a Gianni N Rubagotti a fine gennaio scorso, ben nove mesi fa al Comune di Milano è stata depositata una mozione a prima firma Elena Buscemi (Pd), che chiedeva per Marco Pannella una deroga alla norma che impedisce di intitolare luoghi pubblici a personalità scomparse da meno di 10 anni».

«Votata alla quasi unanimità a settembre 2016, la mozione indicava i giardini di piazza Aquileia, confinanti con il carcere di San Vittore e vicini a dove – ai primi dell’Ottocento – sorgeva il più antico cimitero ebraico milanese, come il posto giusto per ricordare il leader radicale. Da allora a livello istituzionale solo rimbalzi di palla e frasi a mezza bocca e a mezzo stampa, ma nessuna risposta ufficiale, né in Aula consiliare né in Giunta, nonostante ulteriori due lettere aperte al sindaco Beppe Sala da parte di militanti del Partito Radicale e della associazione radicale “Myriam Cazzavillan”, volte ad avere un chiaro sì o no. Da qualche settimana abbiamo ripreso a invocare quella risposta semplice e personalmente questo sabato digiunerò prendendo il testimone di altri radicali che sono impegnati nella staffetta nonviolenta: dopo nove mesi, il Comune di Milano riuscirà a partorire finalmente una decisione che riguarda se stesso?», così conclude lo scrittore e Radicale Paolo Izzo.

Articolo di Francesca Donnarumma de Luca
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la Repubblica (ed. Napoli) – Il dibattito. Englaro e il biotestamento: «Ora il Paese è pronto»

Beppino Englaro a Napoli: “L’Italia è pronta al testamento biologico”

Convegno organizzato dall’associazione “Divorzio al volo”, gestita da quattro avvocati, Rosanna Buonanno, Giorgio Coppola, Francesca Doria e Maria Giuseppina Chef

di Paolo De Luca

Si scrive Dat, si legge testamento biologico. Precisamente, “Dichiarazione anticipata di trattamento”. È questa l’espressione che delinea la volontà di ogni persona, sulle terapie a cui intenda o non intenda essere sottoposta, qualora si trovi nell’incapacità di esprimerlo, magari a causa di malattie o lesioni cerebrali irreversibili.

Se ne è parlato sabato mattina a Napoli, ad un convegno organizzato dall’associazione “Divorzio al volo”, gestita da quattro avvocati, Rosanna Buonanno, Giorgio Coppola, Francesca Doria e Maria Giuseppina Chef. In Italia si attende da anni una legge sul testamento biologico, il cui disegno, presentato dalla senatrice Donata Lenzi, è proprio in questi giorni al vaglio della Camera (dopo due rinvii precedenti).

Un tema delicato e spesso controverso, quello del diritto a disporre della propria salute e sulla scelta di rifiutare cure accanite, tra convinzione e coscenza, doveri e obiezioni.

Soprattutto alla luce di casi emblematici, come quello di Piergiorgio Welby, o (il più recente), quello di dj Fabo. Due casi diversi per metodi e finalità (il primo, se n’è andato per interruzione dell’alimentazione parenterale, il secondo col suicidio assistito in Svizzera), ma entrambi accomunati dalla disperazione di un essere umano, stanco di soffrire, di sopportare. Ma senza via di fuga legale.

Proprio come accaduto per Eluana Englaro, la giovane donna “morta due volte”, la prima, il 18 gennaio 1992, la seconda il 9 febbraio del 2009, dopo un’interminabile lotta giudiziaria di Beppino, suo padre, affinché le venisse riconosciuto il diritto di staccare la spina.

E’ stato proprio lui, Beppino Englaro l’ospite principale del convegno partenopeo. Per raccontare la sua esperienza. Che ha fatto giurisprudenza.

“Dieci anni fa, ero solo – dice – La vicenda di Eluana ha contribuito a cambiare le cose. Ora il Paese è cambiato. C’è un interesse e consapevolezza sempre maggiore sull’argomento. E, soprattutto, c’è un disegno di legge pronto. E valido”.

A moderare l’incontro, è il radicale Paolo Izzo, in prima linea per l’approvazione del testamento biologico e, in ulteriori battaglie, per il suicidio assistito e l’eutanasia.

“Il testo della senatrice Lenzi, al momento alla Camera – dice – ha richiesto nove mesi di lavoro. E arriva soltanto otto anni dopo la morte di Eluana. Ma siamo ottimisti sulla sua convalida e al passaggio in Senato, nonostante siano già quasi trecento gli emendamenti proposti e il Governo sia costretto a una corsa contro il tempo per il rischio elezioni anticipate”.

“Ora tocca anche a noi – riprende Beppino – Gli italiani sono pronti a farsi sentire e chiedere a gran voce i propri diritti su questo tema. Sono stati fatti tanti passi avanti, la siamo ancora di fronte ad un tabù.Il ‘lasciare andare alla morte’ è un diritto di ognuno di noi, della nostra inviolabilità. Eppure c’è ancora una certa frizione. Grazie ad Eluana, è nato un grande caso costituzionale, per la cui sentenza della Cassazione abbiamo però dovuto attendere il 2007. Ora è un diritto che la nostra autodeterminazione non abbia e non possa avere nessun ostacolo, anche se porta alla morte. E’ una decisione nostra, presa a mente lucida. E non c’entra nulla con l’eutanasia. Per questo Eluana lottava per un suo diritto. Invece è stata vittima di una medicina incentrata sulla ‘non morte’”.

Beppino ricorda quando, per un’amara coincidenza, un anno prima del suo incidente Eluana era stata trovare un amico, che versava nelle stesse condizioni in cui si sarebbe trovata lei, rimanendo molto turbata. “Mia figlia aveva ben chiare le sue intenzioni qualora le fosse capitato un incidente: avrebbe voluto vedere rispettato il suo diritto di autodeterminazione, poter dire no grazie, di fronte ad un’offerta terapeutica accanita. Ma nel 1992, quando la ragazza ebbe l’incidente, il medico ci riferì che questa opzione non era possibile. Che il suo dovere era mantenerla in vita. Non esisteva dialogo, non esisteva alternativa”.

Ha combattuto Beppino, aspramente, per i diritti di Eluana. “E abbiamo ottenuto risultati – dichiara – Nel 2014, il Consiglio di Stato ha stabilito che l’allora governatore della Lombardia Roberto Formigoni abbia sbagliato, avendo negato la sospensione delle terapie, obbedendo semplicemente ai suoi convincimenti. Ed è stato condannato a un risarcimento”.

Beppino parla pacatamente, la platea lo ascolta con attenzione. Sono più di cento persone nelle sale dell’associazione a monte di Dio, in via Calascione. “Anni fa un’attenzione simile era impensabile. Oggi l’opinione pubblica è mutata. Ora vado in giro per tutto il Paese a raccontare l’esperienza vissuta dalla mia famiglia: mi capita di parlare in eventi ad hoc, in associazioni o anche nelle università. Spesso sono venuto anche qui, negli atenei napoletani”.

Ed è proprio da Napoli che arriva una delle risposte positive al testamento biologico. Grazie alla pubblicazione nel 2015 di “Eluana, 6233 giorni” un libro edito da 001 che racconta la storia della giovane Englaro. Nel volume c’è anche una graphic novel, con disegni di Martina Sorrentino. L’idea è venuta a Giuseppina Florenzano, odontoiatra con master in Bioetica, assieme a Mario Punzo, direttore della Scuola Comix di Napoli.

“L’idea mi è subito piaciuta molto – riprende Beppino – su Eluana si sono scritti libri, tesi, piece teatrali (una delle più recenti, bellissima contamina la sua storia con quella di Orfeo ed Euridice), ora anche un fumetto: un modo efficace per arrivare anche ai più giovani”.

Sul testo della legge intervengono gli altri due ospiti del convegno: il magistrato Eduardo Savarese e l’avvocato Giorgio Coppola. Le loro relazioni chiariscono quanto in gran parte dell’Europa il tema del testamento biologico sia un argomento molto delicato, un tema che intreccia inequivocabilmente il diritto, la medicina, la filosofia, la religione, l’etica soggettiva e oggettiva di un popolo, di uno Stato.

Cosa si intende per accanimento terapeutico? Possono l’idratazione e nutrizione artificiale essere considerati tali? La morte sovviene soltanto quando c’è la morte cerebrtale? O c’è una commistione tra vita biologica e vita biografica?
La proposta della senatrice Lenzi include cinque articoli, che vincolino il diritto di un paziente ad essere informato sulle possibilità di cura o non cura, le disposizioni per minori e incapaci di intendere e la figura di un fiduciario, la cui figura sia ratificata da un notaio.

A meno che, quest’ultimo non sia un obiettore di coscienza (come chiarisce anche Stefano Bucciero). Si questo punto interviene anche Izzo: “È da tempo che chiediamo una lista ufficiale di tutti i medici e, da ora, anche notai, obiettori di cosicenza. È un loro diritto obbedire alla loro visione etica, come p un diritto di ogni persona sapere a chi rivolgersi prima di un eventuale decisione importante da prendere, su questi temi”.

La “dolce morte”, il “lasciar andare”, la “fine di ogni sofferenza”. L’ultima parola è di Coppola: “C’è necessità di un recupero di ‘pietas’ umana, una comprensione della sofferenza altrui. E soprattutto, la necessità che qualche volta, la cosa più vitale per un essere umano, possa essere il morire. Non dimentichiamo il mito di Chirone, il centauro saggio e guerriero, ferito da Eracle. Chitone era immortale, ma la sua ferita gli doleva troppo e non gli permetteva di avere una vita degna. E co per questo che barattò la sua vita senza fine con la mortalità di Prometeo”.

Agenzia Radicale – Da Casaleggio a Casalino: breve declinazione del grillismo

casalino-grilloQuando c’era lui, con la sua aria di filosofo e un ermetismo alla Pasquale Panella, ultimo controverso paroliere di Battisti, qualcuno si stava ancora chiedendo se dietro il simbolo a cinque stelle ci fosse una scuola alberghiera, un casting televisivo o, più banalmente, una setta religiosa; quando c’era Gianroberto Casaleggio, ideologico ideologo di Beppe Grillo, il movimento fondato dall’ex comico genovese era, tuttavia, in grande ascesa.

L’apparente partecipazione allargata a chiunque avesse un computer collegato a internet, la traduzione dello sdegno anti-politico in un succinto turpiloquio di massa e, soprattutto, lo sbandierato rifiuto di comunicare attraverso i media tradizionali, erano la sua forza: Grillo e i suoi, per statuto, non rispondevano ai giornalisti e così i giornalisti andavano da loro, instancabilmente e insistentemente, contribuendo di fatto al loro successo.

Oggi in apparenza non è cambiato niente, ma forse è cambiato tutto. E il sintomo più evidente di questa evoluzione, o involuzione che dir si voglia, è l’attuale amministratrice della città di Roma, Virginia Raggi.

Pochissima politica, molte vicende opache – ovviamente “a sua insaputa” – e l’idea costante di essere oggetto di una persecuzione da parte di media e giudici: questi elementi danno alla sindaca della Capitale il benvenuto ufficiale proprio in quella partitocrazia (o movimentocrazia, se si preferisce) che in origine i grillini sembravano voler combattere, scimmiottando maldestramente i radicali. Con l’aggravante che oggi gli esponenti del movimento co-fondato da Casaleggio possono andare in televisione, a patto che siano ben istruiti su cosa rispondere ai giornalisti. 

Virginia Raggi, prima di andare da Enrico Mentana a La7, ha fatto un briefing pre-televisivo con Rocco Casalino, ex concorrente del primo Grande Fratello, ex tuttologo da talkshow e attuale “coordinatore della comunicazione nazionale, regionale e comunale del Movimento 5 Stelle”. Tanto per rimanere in ambito televisivo, la “domanda che sorge spontanea” è che cosa penserebbero di tutto ciò, non solo Gianroberto Casaleggio, ma anche Pietro Taricone, se fossero ancora vivi.

Articolo pubblicato su Agenzia Radicale

Cronache Laiche – Bergoglio e l’aborto: donne assassine, sempre di omicidio si tratta

ellekappaIl papa continua a definire l’aborto un “crimine orrendo” e si sente in diritto di offendere le donne che maturano una scelta che da qualunque lato la si guardi è personale. 

Intervistato dai massimi vertici di Rai 2 (i direttori di Rete e Tg), Jorge Mario Bergoglio è tornato in maniera piuttosto aggressiva sul tema della interruzione di gravidanza. Nel ricordare l’incontro con una donna che aveva avuto due gemelli, ma tanto ne piangeva un terzo che non era sopravvissuto, il papa ha aggiunto, senza soluzione di continuità: «E io penso alla abitudine di mandare via i bambini prima della nascita, questo crimine orrendo. Li mandano via perché è meglio così, è più comodo; è una responsabilità grande, un peccato gravissimo».

Al di là di dogmi e peccati, che non sono affar nostro, c’è una traduzione politica di questa frase che non può passare inosservata. Il capo dello Stato della Città del Vaticano, infatti, sostiene che l’applicazione di una legge dello Stato italiano conduce a un “crimine orrendo”, peraltro reiterato (“abitudine”), e che quel crimine è vissuto persino con leggerezza, addirittura per “comodità”. Non dico tutte le donne in massa, ma almeno le nostre istituzioni non dovrebbero insorgere verso una ingerenza che è al limite dell’incidente diplomatico?

© Paolo Izzo

p.s. Chissà se un giorno il papa, i suoi teologi di riferimento e chi si beve acriticamente la panzana dell’omicidio fetale andranno oltre la propaganda religiosa. Spiegando al mondo come fa a morire un feto umano che non è vivo, che non può essere vivo e che non ha alcuna possibilità di nascere vivo entro i 180gg. (ca.) di gestazione. Vale a dire entro il periodo massimo in cui, per dire, la legge italiana consente di interrompere volontariamente la gravidanza (obiettori permettendo…). [Cronache Laiche]

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Agenzia Radicale – Caso Mastrogiovanni, chi tortura è senza pena

mastrogiovanni-2-2«Caro zio Franco, sono TUTTI responsabili della tua morte, medici e infermieri. Ma, ai medici, rispetto alle condanne di primo grado, sono state ridotte le pene e revocata l’interdizione dai pubblici uffici. TUTTI continueranno a lavorare. Continuerà a lavorare il medico che ha ordinato di legarti mentre dormivi, quello che ha deciso che non dovevi essere mai slegato, quello che ha deciso che la tua famiglia era meglio tenerla lontana da te, quello che ti ha sentito russare anche se morto da ore, quello che ha pensato che a un cadavere si potesse fare un massaggio cardiaco. Caro zio Franco, si saranno resi conto di quello che hanno fatto?», così ha scritto ieri sera Grazia Serra sulla sua pagina Facebook, commentando la sentenza della Corte di Appello di Salerno che ha condannato sei medici e undici infermieri dell’ospedale “San Luca” di Vallo della Lucania (SA) per la morte di Franco Mastrogiovanni, deceduto nel 2009 dopo 87 ore di agonia trascorse senza cibo e senza acqua, sedato e legato (per sei ore anche da morto) a una branda.
All’epoca della tragica fine del maestro elementare, nonostante l’incessante lavoro di denuncia dei familiari, tra cui sua nipote Grazia (oggi tutti assistiti dall’avvocato Michele Capano), i giornali fecero scivolare la notizia nel dimenticatoio. Fu soltanto nel 2012, grazie all’intervento delle radicali Irene Testa, Donatella Poretti e Rita Bernardini, nonché del senatore Luigi Manconi, che si ricominciò a parlarne, mentre era in corso il processo di primo grado e Agenzia Radicale fu tra i primissimi media a raccontare la terribile storia di Mastrogiovanni e quanto stava succedendo in Tribunale, certi come eravamo che il caso sarebbe nuovamente finito nella macchina della smemorizzazione collettiva. E per lo stesso motivo abbiamo anche continuato a seguirlo negli anni.
La prima sentenza arrivò soltanto il 30 ottobre del 2012: i medici venivano condannati e gli infermieri no. Ieri, dopo altri quattro anni, la Corte d’Appello di Salerno ha condannato anche gli undici infermieri coinvolti; tuttavia, le pene di tutti sono state, non solo ridotte, ma anche sospese. E i medici e paramedici condannati potranno continuare a svolgere le rispettive professioni.
Giustizia è fatta? Dalla cronaca di Agenzia Radicale che vi abbiamo segnalato, dalle parole di Grazia Serra con cui abbiamo iniziato o dal film di Costanza Quatriglio “87 ore” che vi invitiamo a vedere, per avere un’idea di quali torture abbia subito Franco Mastrogiovanni prima di morirne, sembra che la risposta possa essere soltanto una: non ancora.

© Paolo Izzo

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Agenzia Radicale – La prossima rivoluzione sessuale facciamola con più “identità”

porn-to-be-free-4In tema di libertà sessuale ci troviamo di fronte a una restaurazione di ritorno, a un neo-conformismo che ci riporta agli anni 60 e 70 e che magari dovrebbe indurci a rispolverare le battaglie per i diritti umani e civili di quei tempi: questa, in estrema sintesi, la conclusione a cui sono giunti i partecipanti al dibattito che è seguito alla proiezione del lungometraggio di Carmine Amoroso, “Porno & libertà – Porn to be free”, alla sede del Partito Radicale il 3 novembre scorso.

Moderati da Gianni Carbotti, di “Amnistia Giustizia Libertà Abruzzi”, insieme al regista del film sono intervenuti la regista Giuliana Gamba, la scrittrice Helena Velena e due radicali storici come Sergio Rovasio e come il nostro direttore Giuseppe Rippa.

Da quest’ultimo voglio trarre quella che mi è parsa l’analisi più lucida del “sistema” che forse ci si trova a dover combattere di nuovo: Rippa ricorda quando, all’inizio degli anni 70, si tenne a Licola, in provincia di Napoli, «una piccola Woodstock all’italiana», dove si riunirono tantissimi giovani e dove i Radicali riuscirono a creare, tra mille ostacoli, piccoli spazi di dibattito. Il punto di rottura – continua Rippa – che i libertari e i radicali si trovarono a rappresentare, con la battaglia di liberazione sessuale che sarebbe dovuta giungere alla restituzione all’individuo, alle persone, della propria autonomia nelle scelte intime, anche sessuali, aveva di fronte due avversari: «sicuramente un impianto clericale sessuofobico, ma anche una certa sinistra che cercava la normalizzazione, il conformismo, per assicurare quella “pax sociale” che doveva garantire il controllo voluto dal bipolarismo coatto internazionale».

Oggi come allora, il conformismo perbenista, il politicamente corretto, hanno la stessa funzione di “controllo” sociale, magari proibendo e ostacolando, rispetto a quei decenni, altri diritti, ma sempre in nome della “pax sociale” evocata da Rippa.

Mi permetto di chiosare, nell’eventualità che ci troviamo di fronte alla necessità di una nuova rivolta, con le parole di Massimo Fagioli, tratte da un’intervista (QR n.100) che già dalla affermazione dello psichiatra scelta per il titolo, “Non c’è libertà senza identità”, ci dava un importante suggerimento: «Si diceva “liberiamo il desiderio” – afferma Fagioli – e si intendeva che la libertà si ottenesse spaccando le vetrine o uscendo di casa nudi… Ma non era vero: c’è la realtà umana da prendere in considerazione. Sull’iconoclastia, sul voler abolire tutti i divieti, sul “vietato vietare” si può essere perfettamente d’accordo, ma la cosa si esaurisce in niente se prima di parlare di libertà del desiderio non si trova questo desiderio! Che vuoi liberare, un uccello che non c’è? Aprivano la gabbia al desiderio ma dentro il desiderio non c’era. Per cui venne fuori uno “scopiamo, scopiamo” e nessuno sapeva scopare. Allora, ecco la grande fiammata, ma poi bastò che arrivasse De Gaulle a fare “bau” e tutti tornarono a casa con la coda tra le gambe. Perché non c’era identità».

© Paolo Izzo

(Link Agenzia Radicale)