Agenzia Radicale – Da Casaleggio a Casalino: breve declinazione del grillismo

casalino-grilloQuando c’era lui, con la sua aria di filosofo e un ermetismo alla Pasquale Panella, ultimo controverso paroliere di Battisti, qualcuno si stava ancora chiedendo se dietro il simbolo a cinque stelle ci fosse una scuola alberghiera, un casting televisivo o, più banalmente, una setta religiosa; quando c’era Gianroberto Casaleggio, ideologico ideologo di Beppe Grillo, il movimento fondato dall’ex comico genovese era, tuttavia, in grande ascesa.

L’apparente partecipazione allargata a chiunque avesse un computer collegato a internet, la traduzione dello sdegno anti-politico in un succinto turpiloquio di massa e, soprattutto, lo sbandierato rifiuto di comunicare attraverso i media tradizionali, erano la sua forza: Grillo e i suoi, per statuto, non rispondevano ai giornalisti e così i giornalisti andavano da loro, instancabilmente e insistentemente, contribuendo di fatto al loro successo.

Oggi in apparenza non è cambiato niente, ma forse è cambiato tutto. E il sintomo più evidente di questa evoluzione, o involuzione che dir si voglia, è l’attuale amministratrice della città di Roma, Virginia Raggi.

Pochissima politica, molte vicende opache – ovviamente “a sua insaputa” – e l’idea costante di essere oggetto di una persecuzione da parte di media e giudici: questi elementi danno alla sindaca della Capitale il benvenuto ufficiale proprio in quella partitocrazia (o movimentocrazia, se si preferisce) che in origine i grillini sembravano voler combattere, scimmiottando maldestramente i radicali. Con l’aggravante che oggi gli esponenti del movimento co-fondato da Casaleggio possono andare in televisione, a patto che siano ben istruiti su cosa rispondere ai giornalisti. 

Virginia Raggi, prima di andare da Enrico Mentana a La7, ha fatto un briefing pre-televisivo con Rocco Casalino, ex concorrente del primo Grande Fratello, ex tuttologo da talkshow e attuale “coordinatore della comunicazione nazionale, regionale e comunale del Movimento 5 Stelle”. Tanto per rimanere in ambito televisivo, la “domanda che sorge spontanea” è che cosa penserebbero di tutto ciò, non solo Gianroberto Casaleggio, ma anche Pietro Taricone, se fossero ancora vivi.

Articolo pubblicato su Agenzia Radicale

Cronache Laiche – Bergoglio e l’aborto: donne assassine, sempre di omicidio si tratta

ellekappaIl papa continua a definire l’aborto un “crimine orrendo” e si sente in diritto di offendere le donne che maturano una scelta che da qualunque lato la si guardi è personale. 

Intervistato dai massimi vertici di Rai 2 (i direttori di Rete e Tg), Jorge Mario Bergoglio è tornato in maniera piuttosto aggressiva sul tema della interruzione di gravidanza. Nel ricordare l’incontro con una donna che aveva avuto due gemelli, ma tanto ne piangeva un terzo che non era sopravvissuto, il papa ha aggiunto, senza soluzione di continuità: «E io penso alla abitudine di mandare via i bambini prima della nascita, questo crimine orrendo. Li mandano via perché è meglio così, è più comodo; è una responsabilità grande, un peccato gravissimo».

Al di là di dogmi e peccati, che non sono affar nostro, c’è una traduzione politica di questa frase che non può passare inosservata. Il capo dello Stato della Città del Vaticano, infatti, sostiene che l’applicazione di una legge dello Stato italiano conduce a un “crimine orrendo”, peraltro reiterato (“abitudine”), e che quel crimine è vissuto persino con leggerezza, addirittura per “comodità”. Non dico tutte le donne in massa, ma almeno le nostre istituzioni non dovrebbero insorgere verso una ingerenza che è al limite dell’incidente diplomatico?

© Paolo Izzo

p.s. Chissà se un giorno il papa, i suoi teologi di riferimento e chi si beve acriticamente la panzana dell’omicidio fetale andranno oltre la propaganda religiosa. Spiegando al mondo come fa a morire un feto umano che non è vivo, che non può essere vivo e che non ha alcuna possibilità di nascere vivo entro i 180gg. (ca.) di gestazione. Vale a dire entro il periodo massimo in cui, per dire, la legge italiana consente di interrompere volontariamente la gravidanza (obiettori permettendo…). [Cronache Laiche]

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Agenzia Radicale – Caso Mastrogiovanni, chi tortura è senza pena

mastrogiovanni-2-2«Caro zio Franco, sono TUTTI responsabili della tua morte, medici e infermieri. Ma, ai medici, rispetto alle condanne di primo grado, sono state ridotte le pene e revocata l’interdizione dai pubblici uffici. TUTTI continueranno a lavorare. Continuerà a lavorare il medico che ha ordinato di legarti mentre dormivi, quello che ha deciso che non dovevi essere mai slegato, quello che ha deciso che la tua famiglia era meglio tenerla lontana da te, quello che ti ha sentito russare anche se morto da ore, quello che ha pensato che a un cadavere si potesse fare un massaggio cardiaco. Caro zio Franco, si saranno resi conto di quello che hanno fatto?», così ha scritto ieri sera Grazia Serra sulla sua pagina Facebook, commentando la sentenza della Corte di Appello di Salerno che ha condannato sei medici e undici infermieri dell’ospedale “San Luca” di Vallo della Lucania (SA) per la morte di Franco Mastrogiovanni, deceduto nel 2009 dopo 87 ore di agonia trascorse senza cibo e senza acqua, sedato e legato (per sei ore anche da morto) a una branda.
All’epoca della tragica fine del maestro elementare, nonostante l’incessante lavoro di denuncia dei familiari, tra cui sua nipote Grazia (oggi tutti assistiti dall’avvocato Michele Capano), i giornali fecero scivolare la notizia nel dimenticatoio. Fu soltanto nel 2012, grazie all’intervento delle radicali Irene Testa, Donatella Poretti e Rita Bernardini, nonché del senatore Luigi Manconi, che si ricominciò a parlarne, mentre era in corso il processo di primo grado e Agenzia Radicale fu tra i primissimi media a raccontare la terribile storia di Mastrogiovanni e quanto stava succedendo in Tribunale, certi come eravamo che il caso sarebbe nuovamente finito nella macchina della smemorizzazione collettiva. E per lo stesso motivo abbiamo anche continuato a seguirlo negli anni.
La prima sentenza arrivò soltanto il 30 ottobre del 2012: i medici venivano condannati e gli infermieri no. Ieri, dopo altri quattro anni, la Corte d’Appello di Salerno ha condannato anche gli undici infermieri coinvolti; tuttavia, le pene di tutti sono state, non solo ridotte, ma anche sospese. E i medici e paramedici condannati potranno continuare a svolgere le rispettive professioni.
Giustizia è fatta? Dalla cronaca di Agenzia Radicale che vi abbiamo segnalato, dalle parole di Grazia Serra con cui abbiamo iniziato o dal film di Costanza Quatriglio “87 ore” che vi invitiamo a vedere, per avere un’idea di quali torture abbia subito Franco Mastrogiovanni prima di morirne, sembra che la risposta possa essere soltanto una: non ancora.

© Paolo Izzo

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Agenzia Radicale – La prossima rivoluzione sessuale facciamola con più “identità”

porn-to-be-free-4In tema di libertà sessuale ci troviamo di fronte a una restaurazione di ritorno, a un neo-conformismo che ci riporta agli anni 60 e 70 e che magari dovrebbe indurci a rispolverare le battaglie per i diritti umani e civili di quei tempi: questa, in estrema sintesi, la conclusione a cui sono giunti i partecipanti al dibattito che è seguito alla proiezione del lungometraggio di Carmine Amoroso, “Porno & libertà – Porn to be free”, alla sede del Partito Radicale il 3 novembre scorso.

Moderati da Gianni Carbotti, di “Amnistia Giustizia Libertà Abruzzi”, insieme al regista del film sono intervenuti la regista Giuliana Gamba, la scrittrice Helena Velena e due radicali storici come Sergio Rovasio e come il nostro direttore Giuseppe Rippa.

Da quest’ultimo voglio trarre quella che mi è parsa l’analisi più lucida del “sistema” che forse ci si trova a dover combattere di nuovo: Rippa ricorda quando, all’inizio degli anni 70, si tenne a Licola, in provincia di Napoli, «una piccola Woodstock all’italiana», dove si riunirono tantissimi giovani e dove i Radicali riuscirono a creare, tra mille ostacoli, piccoli spazi di dibattito. Il punto di rottura – continua Rippa – che i libertari e i radicali si trovarono a rappresentare, con la battaglia di liberazione sessuale che sarebbe dovuta giungere alla restituzione all’individuo, alle persone, della propria autonomia nelle scelte intime, anche sessuali, aveva di fronte due avversari: «sicuramente un impianto clericale sessuofobico, ma anche una certa sinistra che cercava la normalizzazione, il conformismo, per assicurare quella “pax sociale” che doveva garantire il controllo voluto dal bipolarismo coatto internazionale».

Oggi come allora, il conformismo perbenista, il politicamente corretto, hanno la stessa funzione di “controllo” sociale, magari proibendo e ostacolando, rispetto a quei decenni, altri diritti, ma sempre in nome della “pax sociale” evocata da Rippa.

Mi permetto di chiosare, nell’eventualità che ci troviamo di fronte alla necessità di una nuova rivolta, con le parole di Massimo Fagioli, tratte da un’intervista (QR n.100) che già dalla affermazione dello psichiatra scelta per il titolo, “Non c’è libertà senza identità”, ci dava un importante suggerimento: «Si diceva “liberiamo il desiderio” – afferma Fagioli – e si intendeva che la libertà si ottenesse spaccando le vetrine o uscendo di casa nudi… Ma non era vero: c’è la realtà umana da prendere in considerazione. Sull’iconoclastia, sul voler abolire tutti i divieti, sul “vietato vietare” si può essere perfettamente d’accordo, ma la cosa si esaurisce in niente se prima di parlare di libertà del desiderio non si trova questo desiderio! Che vuoi liberare, un uccello che non c’è? Aprivano la gabbia al desiderio ma dentro il desiderio non c’era. Per cui venne fuori uno “scopiamo, scopiamo” e nessuno sapeva scopare. Allora, ecco la grande fiammata, ma poi bastò che arrivasse De Gaulle a fare “bau” e tutti tornarono a casa con la coda tra le gambe. Perché non c’era identità».

© Paolo Izzo

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Cronache Laiche – L’accoglienza a numero chiuso di Bergoglio

PAPA: SU TEMI ETICI CHIESA CHIARA, BERGOGLIO 'SORPASSA' RATZINGERL’integrazione è una questione di numeri. E non tutti i migranti sono uguali. Ma quanto è umano papa Francesco? 

Non mi sembra proprio che gli Stati europei gareggino a chi ospita il maggior numero di rifugiati, perciò l’ultima sortita aerea di Jorge Bergoglio, su come la prudenza debba essere “il buon consigliere” dei governanti in tema di accoglienza, è almeno ridondante. Fatta da un papa, però, è pure rivoltante. Forse aveva finito le pillole di Misericordina oppure, come al solito, la pressurizzazione dei voli papali è regolata male, fatto sta che quel discorso avrà acceso animi, anime e barbecue di mezza Europa, dall’Ungheria a Gorino e già si starà stampando la prossima felpa di Salvini intitolata a papa Francesco. Strano che, non solo laicisti ed eretici, ma nemmeno i credenti o i “sani laici” che egli stesso benedice, trovino il coraggio di insorgere di fronte al massimo esponente della Chiesa cattolica che afferma si debbano aprire il cuore e le porte, ma con la calcolatrice alla mano, perché, parole sue: «Si può pagare politicamente una imprudenza nei calcoli, nel ricevere più di quelli che si possono integrare». Cosa aspettiamo a dirgli che il buon Samaritano si starà rivoltando nel suo sepolcro? Che il prossimo aereo papale bombardi noialtri o le file di migranti alle frontiere, magari colpendoli solo dall’ennesimo in poi?

Paolo Izzo

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Il Dubbio – La breccia nel muro di Ostia

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“La breccia nel muro di Ostia”

Da Porta Pia ai Pink Floyd, da Berlino a Gaza, dal Marocco al Messico, dall’Ungheria fino a Calais: muri abbattuti, muri da abbattere, muri da non costruire proprio. Perché il muro proibisce, allontana, esclude, impedisce il movimento. Perché non ha mai senso e il suo unico significato è di separarci gli uni dagli altri: i reclusi dai liberi, gli stranieri dagli indigeni, i poveri dai ricchi, la cupezza dalla gioia, la cecità dallo sguardo. Piccolo o grande muro, ciascuno ha il suo: nel cuore e nella mente o nella realtà dello spazio e del tempo. E gli uni o gli altri, ma sono ancora pochi, cercano sempre un modo per abbatterlo, quel muro. E prima o poi trovano il coraggio di impugnare un martello, di sfilare un mattone, di creare una breccia: perché ci puoi pensare tutta la vita, tanto che passano gli anni e il tuo muro è ancora là.

A Ostia, nel giro di trent’anni, una vera e propria barriera tra i cittadini e il litorale è stata innalzata in totale spregio delle regole e del diritto. Un doppio “lungomuro”, di cemento e di illegalità. Le concessioni balneari sono diventate pretese acquisite, ogni varco pubblico è stato sbarrato, persino la vista del mare è stata censurata: nei mesi caldi si passa obbligatoriamente dagli stabilimenti privati, in quelli freddi il mare è chiuso. Oggi finalmente – si sente quasi un odore salmastro – sembra che alcuni spiragli si aprano, anche se qualcuno tenterà di richiuderli come… belle di notte. Alcuni di noi, pochi in verità, hanno una “fissa”, come si dice nella nostra città. Il nostro muro è a Ostia. È un lungomuro sul lungomare, che recinta le spiagge per chilometri e il mare non lo fa nemmeno vedere. Anche quando è soltanto una fitta, alta siepe che, si sa, “dall’ultimo orizzonte il guardo esclude”, il lungomuro proibisce libertà, legalità e trasparenza. Che, per il senso profondo di queste parole, forse non sarà la Germania Est, la Turchia o Rebibbia, ma la nostra battaglia sarebbe ed è sempre la stessa, anche se fossimo in guerra, o immigrati, o carcerati.
Lo abbiamo detto per mesi e anni – alle istituzioni, alla capitaneria di porto, alla Commissione europea, alla magistratura – che, prima o poi, noi lo abbatteremo, con il martello della nonviolenza. Perché, dietro quel muro, dietro quella cortina di sedimenti innaturali, c’è il mare. Ne sono sicuro.

© Paolo Izzo