Radio Radicale – Intervista di Paolo Izzo a Michela Andreozzi, regista e interprete di “Nove lune e mezza”

(clicca sulla locandina del film per ascoltare l’intervista)

nove lune e mezza locandina

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Agenzia Radicale – La prossima rivoluzione sessuale facciamola con più “identità”

porn-to-be-free-4In tema di libertà sessuale ci troviamo di fronte a una restaurazione di ritorno, a un neo-conformismo che ci riporta agli anni 60 e 70 e che magari dovrebbe indurci a rispolverare le battaglie per i diritti umani e civili di quei tempi: questa, in estrema sintesi, la conclusione a cui sono giunti i partecipanti al dibattito che è seguito alla proiezione del lungometraggio di Carmine Amoroso, “Porno & libertà – Porn to be free”, alla sede del Partito Radicale il 3 novembre scorso.

Moderati da Gianni Carbotti, di “Amnistia Giustizia Libertà Abruzzi”, insieme al regista del film sono intervenuti la regista Giuliana Gamba, la scrittrice Helena Velena e due radicali storici come Sergio Rovasio e come il nostro direttore Giuseppe Rippa.

Da quest’ultimo voglio trarre quella che mi è parsa l’analisi più lucida del “sistema” che forse ci si trova a dover combattere di nuovo: Rippa ricorda quando, all’inizio degli anni 70, si tenne a Licola, in provincia di Napoli, «una piccola Woodstock all’italiana», dove si riunirono tantissimi giovani e dove i Radicali riuscirono a creare, tra mille ostacoli, piccoli spazi di dibattito. Il punto di rottura – continua Rippa – che i libertari e i radicali si trovarono a rappresentare, con la battaglia di liberazione sessuale che sarebbe dovuta giungere alla restituzione all’individuo, alle persone, della propria autonomia nelle scelte intime, anche sessuali, aveva di fronte due avversari: «sicuramente un impianto clericale sessuofobico, ma anche una certa sinistra che cercava la normalizzazione, il conformismo, per assicurare quella “pax sociale” che doveva garantire il controllo voluto dal bipolarismo coatto internazionale».

Oggi come allora, il conformismo perbenista, il politicamente corretto, hanno la stessa funzione di “controllo” sociale, magari proibendo e ostacolando, rispetto a quei decenni, altri diritti, ma sempre in nome della “pax sociale” evocata da Rippa.

Mi permetto di chiosare, nell’eventualità che ci troviamo di fronte alla necessità di una nuova rivolta, con le parole di Massimo Fagioli, tratte da un’intervista (QR n.100) che già dalla affermazione dello psichiatra scelta per il titolo, “Non c’è libertà senza identità”, ci dava un importante suggerimento: «Si diceva “liberiamo il desiderio” – afferma Fagioli – e si intendeva che la libertà si ottenesse spaccando le vetrine o uscendo di casa nudi… Ma non era vero: c’è la realtà umana da prendere in considerazione. Sull’iconoclastia, sul voler abolire tutti i divieti, sul “vietato vietare” si può essere perfettamente d’accordo, ma la cosa si esaurisce in niente se prima di parlare di libertà del desiderio non si trova questo desiderio! Che vuoi liberare, un uccello che non c’è? Aprivano la gabbia al desiderio ma dentro il desiderio non c’era. Per cui venne fuori uno “scopiamo, scopiamo” e nessuno sapeva scopare. Allora, ecco la grande fiammata, ma poi bastò che arrivasse De Gaulle a fare “bau” e tutti tornarono a casa con la coda tra le gambe. Perché non c’era identità».

© Paolo Izzo

(Link Agenzia Radicale)

“In nome di mia figlia” o della giustizia ritrovata

locandina in nome di mia figliaQuando una persona amata muore, l’immagine che torna più frequentemente alla memoria è quella dell’ultima volta in cui si è vista in vita. Per André Bamberski il saluto di sua figlia Kalinka in partenza per la Germania, dove morirà ad appena quattordici anni, deve essere stato una ossessione che è durata più di trent’anni. Lo testimonia il suo libro autobiografico “Pour que justice te soit rendue” (Ed. Lafon, 2010) e il film che il bravo regista Vincent Garenq ne ha tratto e che da oggi è nelle sale italiane con il titolo di “In nome di mia figlia”. 

È poco conosciuta da noi, ma non in Francia e in Nord Europa, l’incredibile vicenda di Bamberski, che ha combattuto tre decenni per dimostrare che la sua Kalinka non era morta accidentalmente, ma era stata violentata e uccisa dal nuovo compagno della madre, lo stimato e insospettabile medico Dieter Krombach. Un magnifico Daniel Auteuil nei panni di Bamberski e la regia incalzante ed essenziale di Garenq ci raccontano in tutti i suoi dettagli foschi e drammatici la vera odissea di quest’uomo che cerca la verità e che è disposto a varcare pericolosamente il sottile confine della giustizia fai-da-te per ottenerla. 

Il suo cammino instancabile incontra ostacoli che sembrerebbero impossibili da valicare: la ex moglie, che prima lo ha tradito e che poi nega il coinvolgimento del suo nuovo compagno anche di fronte all’evidenza, il “protezionismo” della Germania nei confronti del suo cittadino Krombach e la corresponsabile ignavia della giustizia francese. Ma l’uomo non si arrende mai, anche a costo di rischiare di perdere altri affetti, come la nuova donna che lo ama, ma che stenta a reggere il suo impegno totalizzante. 

La caparbietà di ottenere che siano proprio le istituzioni a rendere giustizia è il tema focale del film, quasi più di quella violenza carnale su una minorenne e della sua morte, che sono pure alla base dell’ossessione dell’uomo. Tanto che all’incontro con il regista, pensando che all’origine delle pruriginose reticenze giudiziarie dei due Paesi ci fosse proprio l’odiosità del reato in questione, abbiamo provato a sottolineare come lo scontro Bamberski-Krombach tenda a prendersi tutta la scena, lasciando forse in secondo piano quella ragazzina stuprata e uccisa nel cui nome un uomo adulto ne combatte un altro. Vincent Garenq ci ha risposto che lui si è attenuto fedelmente al racconto del suo protagonista e di quanto contenuto nelle carte giudiziarie della trentennale vicenda. E alla fine, quindi, giustizia è fatta. Almeno così sembra.

© Paolo Izzo – recensione pubblicata da Agenzia Radicale 

Riccardo Scamarcio: mi chiamo Pericle e faccio il culo alla gente

pericle

Il viaggio di “Pericle il Nero” comincia tanti anni fa, nei Quartieri spagnoli di Napoli. Lo racconta Giuseppe Ferrandino per i tipi della Granata Press di Bologna nel 1993. Dopo essere rimasto quasi ignorato in Italia, il romanzo dello scrittore partenopeo approda a Parigi, pubblicato dalla prestigiosa Gallimard e, dato il grande successo, risorge in Italia con Adelphi nel 1998. Dopo alcuni tentativi che non vanno a buon fine, Pericle oggi diventa anche un film, quando ormai è… maggiorenne. La regia è affidata a Stefano Mordini, la produzione e l’interpretazione sono di Riccardo Scamarcio. E, si sa, il viaggio trasforma le persone e anche la memoria, negli anni, si fa più vaga o più precisa, a seconda delle circostanze.

Nella versione originaria Pericle, sovrappeso e canuto, vive e “opera” a Napoli, dove esegue la sua specialità tra una canna e l’altra, al servizio di don Luigino detto Pizza, che per lui (e per la malavita) è un vero “padrino”. Quando il boss si imbatte in persone che non lo assecondano, manda Pericle a svergognarle, che siano uomini, donne o preti. Ma un errore fatale costringe l’insolito sicario a una repentina fuga, che lo porterà prima dai parenti di Battipaglia, in provincia di Salerno, e poi a Pescara, dove tenterà di rifarsi una vita.

Nel libero adattamento cinematografico, invece, l’ambientazione scelta da Mordini è un nord Europa scolorito e umido, dove immigrati ed emigrati si mischiano e dove tutto scorre con la stessa indolente, feroce accidia con cui Pericle – che stavolta si droga con la chimica ed è diventato improvvisamente più bello – sodomizza i malcapitati dalla belga Liegi alla spiaggia di Calais. Cioè dall’Italia alla Francia, proprio come ha dovuto fare il suo creatore.

In quello che una delle sceneggiatrici, Francesca Marciano, ha felicemente definito “un dramma in tre atti”, visto che la trasformazione di Pericle è qui raccontata con scandita precisione, c’è spazio anche per una speranza di amore e per l’ironia. La prima prende le dolci sembianze dell’attrice francese Marina Foïs – incredibilmente somigliante alla Debra Winger di “Ufficiale e gentiluomo” – che rappresenta il possibile riscatto, ma anche la prima défaillance di Pericle, solitamente abituato ad agire a comando. Nel frattempo l’ironia, ben dosata, riesce persino a edulcorare l’inquietudine degli spettatori, alle prese con un plot non proprio leggero.

Lo sa bene Scamarcio che, durante la conferenza stampa di presentazione (il film esce il prossimo 12 maggio nelle sale italiane), gigioneggia con una giornalista che chiede come mai il “mestiere” di Pericle sia poco esplicitato, evidentemente essendosi persa la prima inconfutabile scena e una buona metà della pellicola. Da quel momento Scamarcio è più volte tentato di rispondere con una battuta alla… Rocco Siffredi e il pubblico in sala forse tira un sospiro di sollievo.

Intanto questa storia, molto noir e molto “francese”, approderà a Cannes fuori concorso e avrà sicuramente successo, proprio come il romanzo che l’ha raccontata e il cui autore perdonerà sicuramente il déjà-vu della scena finale. Perché “Pericle il Nero”, con il sorriso sfottente di Scamarcio dietro al finestrino di una macchina in corsa verso una “possibilità”, sta innegabilmente ricominciando il suo viaggio.

© Paolo Izzo – recensione pubblicata da Agenzia Radicale

“Wilde Salomè” e il film che non c’è

wilde salomeUna domanda agiterà gli spettatori, quasi come il velo di Salomè quando danza per Erode. Oltre a quello che stiamo vedendo e che somiglia più a un documentario, anzi a un backstage, uscirà anche un kolossal americano, diretto e interpretato da Al Pacino e tratto dalla “Salomè” di Oscar Wilde? La risposta è no: il film è proprio “Wilde Salomè”. Così l’ha voluto Pacino, che ha portato in teatro il dramma di Wilde qualche anno fa e intorno vi ha costruito una “messa in scena” insolita e indefinibile, dove racconta molto se stesso, ma anche la avvincente e misconosciuta biografia di Oscar Wilde, nonché l’opera forse più predittiva del grande drammaturgo irlandese, trovando spazio infine per una panoramica – non troppo severa – sullo showbiz a stelle e strisce. L’istrionico Pacino ci guida con passione nella sua ossessione, investendoci con la parlantina ipercinetica (da vedere in lingua originale) e la gestualità da veterano di cinema e teatro, ripetendo un esperimento che già realizzò con il suo lavoro su William Shakespeare e sul “Riccardo III” (“Looking for Richard”, 1996) e confermandoci che i migliori indagatori della natura e delle passioni umane sono stati grandi scrittori, più che filosofi e dottori. Così, verrà la morte e avrà gli occhi (e la bocca) di Salomè e le splendide fattezze di Jessica Chastain, mentre Pacino-Erode-Wilde (fa tutto lui), con la sua ambigua dissolutezza e una vocetta sibillina, ci ricorderà ancora una volta quel sempiterno verso del Poeta e gli altri che ne fanno da cornice: «Amor ch’a nullo amato amar perdona». 

E si può ben… perdonare certa incompiutezza a questo film non-film, che viene distribuito in Italia a quasi cinque anni dalla prima proiezione alla Mostra del Cinema di Venezia, se si riflette su quanto eroico sia il tentativo paciniano di raccontare in una sola pellicola la altrui e la propria genialità, magari con autoironia (il gioco di parole sul deserto-dessert con il direttore della fotografia francese o l’incontro con il giovanissimo fan che mima le mitragliate di “Scarface”) e sicuramente con la sincerità del suo ultimo sguardo, stralunato, nella cinepresa. 

La “Distribuzione Indipendente”, alla fine della proiezione stampa (il film esce in una versione esclusiva per le sale italiane il prossimo 12 maggio), ha fatto notare che non vi è alcun riferimento, in “Wilde Salomè”, a un’altra opera fondamentale di Oscar Wilde: “Il ritratto di Dorian Gray”. La risposta potrebbe essere che grandi personaggi come Wilde o come Pacino, con la loro vita e le loro opere, hanno già fatto un patto col diavolo… E a chi scrive, forse per il momento storico, forse per lo stesso luogo in cui lo scrive, forse guardando Al Pacino e questo suo film ridondante di spunti, forse perché il radicale Oscar Wilde ha avuto idee visionarie e libertarie simili, che pure gli sono costate un ostracismo doloroso (e fatale), viene in mente un altro diabolico geniaccio, che si chiama Marco Pannella e che nessun esegeta, epigono o presunto erede può raccontare o incarnare meglio di lui stesso. 

Così, mentre la penna potrebbe scrivere ancora delle tante sensazioni – anche o proprio perché scollegate e personalissime – che “Wilde Salomè” suscita, si può concludere azzardando un ultimo “forse”: forse è proprio un bel film. Anche se non è un film.

© Paolo Izzo – recensione pubblicata da Agenzia Radicale