Liberi.tv – Intervista di Paolo Izzo a Riccardo Noury alla prima del film “87 ore. Gli ultimi giorni di Francesco Mastrogiovanni”

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“La famiglia Bélier”, un film tutto da sentire

paulabiciCe ne sarà più d’uno nel crescendo finale, ma il primo nodo alla gola si stringe già all’inizio, quando papà Bélier dice che ognuno dovrebbe prendere il destino nelle proprie mani. Perché non lo dice a parole, lo dice con dei gesti silenziosi ma decisi che sua figlia Paula prontamente tradurrà in linguaggio articolato. Tutta “La famiglia Bélier”, infatti, è sordomuta: fatta eccezione per l’adolescente Paula, appunto, che è il loro tramite con quel mondo di “normali” che i Bélier, ovviamente, considerano… anormale, tanto che quella stessa figlia che i suoni li emette e li subisce e che persino scoprirà di poter cantare come un usignolo, diventerà – nel corso del racconto – una vera aliena.
“La famiglia Bélier”, il nuovo film di Éric Lartigau che arriva domani in Italia – sulla scia di un’altra pellicola francese che nel 2011 commosse e divertì mezzo mondo, “Intouchables” (Quasi amici) – ha come principale pregio questa spontanea magia di far incontrare due mondi che sembrano inconciliabili e di farlo con spudorata naturalezza. Lo stesso accade con un altro tema del film: lo svezzamento, che è sempre un passaggio così difficile, soprattutto quando i genitori non sanno “sentire” (a prescindere da problemi uditivi) quando è arrivato il momento di lasciar liberi i propri figli. La bravissima Louane Emera, che interpreta la giovane, si sgolerà – in tutti i sensi – per dare voce e musica alla sua appartenenza a un vero e proprio inter-mondo: essere al centro, cioè, della diversità e nel bel mezzo della sua separazione dal nido.
Riuscire a raccontare tutto questo con una commedia così sincera e vitale, dove la candidatura a sindaco del paese e i musi sorridenti di papà Bélier si fondono con la tenace frustrazione del maestro di musica Thomasson e la sua ossessione per il cantante Michel Sardou; dove mamma Bélier mostra con gli eczemi quello che non riesce a dire a parole e ha una sessualità forte, di campagna, pienamente ereditata dal figlio Quentin (l’attore che lo interpreta, Luca Gelberg, è l’unico veramente sordomuto del cast), che fa innamorare soltanto con i gesti la migliore amica di Paula, Mathilde, fino ad allora vittima di una “ninfomane” incertezza adolescenziale; dove il ritmo dei sentimenti è così incalzante da far piangere e ridere con gli stessi fotogrammi; ecco, un film così, come suggerisce lo slogan della promozione, “vi farà bene”.
E vi farà entrare, aggiungiamo, in quella dimensione che è ben narrata in una scena bellissima de “La famiglia Bélier”, quando Paula canta davanti ai suoi. L’ascolto non è più veramente necessario. Neanche le parole lo sono. E, se pure lo fossero, quel nodo alla gola vi impedirebbe comunque di pronunciarle. Non preoccupatevi, lasciatevi andare: si sentirà lo stesso ciò che vorrete dire.

© Paolo Izzo – Recensione pubblicata da Agenzia Radicale

“Due giorni, una notte” per uscire da una precaria depressione

due-giorni--una-notte_Cinema_8492_tnJean-Pierre e Luc Dardenne tornano nei cinema con quella che si può definire una avvincente favola, dove una famiglia – insolitamente unita rispetto al registro dei precedenti film dei fratelli francesi – si trova d’improvviso ad affrontare uno stato di precarietà lavorativa, dopo che è appena uscita da una storia di depressione: entrambe le “patologie” riguardano la donna della storia, ma coinvolgono immancabilmente tutti gli altri. L’equilibrio instabile raggiunto da Sandra (Marion Cotillard), infatti, che aveva sofferto di quella malattia e che faticosamente ne era quasi uscita, è subito messo a dura prova dai dirigenti della fabbrica per cui aveva appena ripreso a lavorare, ma da cui viene licenziata su due piedi. La notizia la raggiunge di venerdì, mentre riposa e mentre nel forno di casa finisce di cuocere una torta per i suoi piccoli figli: licenziata prima del fine settimana, per di più con la maggior parte dei suoi colleghi resi complici con un bonus di 1000 euro che la ditta ha messo a disposizione per comprare il loro nulla osta.

Fino a qui, niente di spettacolare, s’intende. E forse Ken Loach ci avrebbe saputo dare una trama più articolata. Tuttavia la bellezza del film trova la sua strada, proprio nel perfetto dosaggio tra depressione e precarietà, amore e coraggio.
Dopo aver ottenuto il rinvio della votazione al lunedì successivo, Sandra partirà con passo incerto nella sua personale odissea di due giorni per cercare di convincere i suoi colleghi a votare per lei – rinunciando così al bonus – sostenuta prevalentemente dall’amore di Manu (Fabrizio Rongione) e da quello mai sdolcinato dei suoi figli, che la recente depressione della madre ha reso fin troppo maturi.
Raccontano bene questa storia, i fratelli Dardenne, lasciando moltissimo spazio alla bravura della premio Oscar Cotillard, ai lunghissimi primi piani che le dedicano, ai gesti di speranza e d’amore tra la donna e il suo uomo, appena accennati, ma profondamente intensi ed essenziali alla soluzione dell’intreccio. Comunque vada a finire.
Senza mai giudicare o prendere davvero posizione a favore o contro gli altri personaggi della storia, le immagini ci raccontano così la precarietà della vita e la depressione… del lavoro, che per l’occasione si sono scambiati il loro raggio d’azione: le esistenze, le relazioni, le amicizie si rivelano a volte più precarie del posto di lavoro e, viceversa, la depressione ammanta col suo velo la fabbrica e la città intorno, insensibili quasi quanto l’allarme della cintura di sicurezza non allacciata, che si mette a suonare puntualmente nel momento meno opportuno.
Ma anche la cappa più grigia può essere penetrata da un raggio di sole: a volte basta un sorriso dalle lacrime, un abbraccio spontaneo e una musica triste o rock che arrivi dalla radio. E persino un potente antidepressivo, che bene non fa, riesce a strappare un applauso e una risata liberatoria.
“Due giorni, una notte” (in uscita a Roma e Milano questo giovedì e nel resto d’Italia il prossimo) sembra una favola, si diceva all’inizio, ma forse è la vita stessa e ci dice molto sul rapporto donna uomo. Non essere soli, ma in due, così diversi eppure così complementari è – anche a rischio di dire una cosa ovvia – la migliore medicina contro ogni depressione e precarietà. Comunque vada a finire.

© Paolo Izzo – Recensione pubblicata da Agenzia Radicale

ROM A ROMA / “CONTAINER 158” DI LIBERTI E PARENTI INAUGURA IL CINEFORUM DEI RADICALI ROMA

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Stasera giovedì 29 maggio, alle ore 19, presso il Partito Radicale (via di Torre Argentina 76 – Roma) si inaugura il Cineforum dell’associazione Radicali Roma. Ogni mese, nella sede storica dei Radicali, verrà proiettato un film o un documentario che affronti le tematiche e le battaglie inserite nella mozione dell’associazione romana dei Radicali. In collaborazione con Amnesty Italia, si comincia con “Container 158” di Stefano Liberti ed Enrico Parenti, docufilm che racconta la vita quotidiana al “villaggio attrezzato” di via di Salone, un campo in cui l’amministrazione di Roma ha raggruppato più di 1000 cittadini di etnia Rom. Alla proiezione seguirà un dibattito con i registi, introdotto e moderato da Paolo Izzo, segretario di Radicali Roma. Intervengono Riccardo Magi, Consigliere capitolino Radicale, Fernando Vasco Chironda, coordinatore delle Campagne europee di Amnesty Italia, e Carlo Stasolla, presidente dell’associazione “21 luglio”.

Forse bella, troppo giovane

20131106-220605.jpgCon le dovute eccezioni, in certi deserti affettivi crescono solitudini che sembrano inguaribili. Si potrebbe riassumere con questa sentenza la sensazione che arriva da “Giovane e bella”, il nuovo, inquietante film di François Ozon in uscita giovedì 7 novembre nelle sale italiane.
Dopo la perversa commedia “Nella casa”, di appena un anno fa, dove il giovanissimo protagonista era uno scrittore in erba che si infiltrava nelle vite e nei pensieri di un mondo di adulti, Ozon torna a raccontare l’adolescenza o, meglio, un’altra delle possibili direzioni che può prendere la fase senz’altro più tormentata della nostra esistenza. Tuttavia, la storia di Isabelle, questa bellissima liceale che decide (o pensa di decidere) di prostituirsi, racconta una condizione umana che non ha veramente età, che non ha sesso, ma che forse ha una collocazione geografica: questo Occidente effimero e annoiato, vecchio e indifferente; vagamente mortifero, laddove non intervengano una resistenza e una cura degli affetti.
Guardando “Giovane e bella” torna in mente l’altrettanto importante “Miele”, della nostra Valeria Golino, quello in cui Jasmine Trinca veste il ruolo di una donna – meno giovane di Isabelle – che dà la morte a pagamento a chi è o ritiene di essere allo stadio terminale della sua malattia. Al di là delle implicazioni etiche e delle sacrosante battaglie per la libertà di scelta che quella trama solleva, la scena perfetta di “Miele” è quando la protagonista viene corteggiata in discoteca da un suo coetaneo, tra ebbrezza e romanticismo, attraverso una parete di vetro. Ed è lei, è dentro di lei, quella parete di vetro che non riesce a superare.
La storia di “Giovane e bella”, nella splendida interpretazione della ventiduenne modella francese Marine Vacht, sembra dire la stessa cosa e lo fa anch’essa sottendendo una piega psico-sociologica, quella della prostituzione minorile – diciamo così – di buona famiglia, che è sempre più urgente capire profondamente. Una parete di vetro, uno sguardo vuoto, una sensazione di freddo. Arriva come un brivido, si confonde con eros, ma conduce a thanatos. Rimandando pericolosamente alla deriva degli affetti in cui questa Europa, educata nei vetrificati rapporti di un postsessantottismo borghese, tradita dai disonesti apologeti della libertà senza identità, stagna e ristagna.
Lo sguardo onnipotente di Isabelle che balla tra i suoi coetanei, ignari della sua seconda vita, è solo il segno della radicata insana solitudine che è cresciuta dentro la sua prima e unica vita.

© Paolo Izzo

Articolo pubblicato su Agenzia Radicale

La libertà di scelta e la scelta di “Miele”

Intervista a Francesca Marciano 

francesca marciano

Esce nelle sale il 1° maggio “Miele”, il film dell’esordio alla regia di Valeria Golino. Tratto da un romanzo di Mauro Covacich, racconta la storia di una donna (Jasmine Trinca) che, dietro compenso, accompagna i malati terminali che glielo chiedono verso la “dolce morte”, da cui il suo nome in codice. Dopo “Bella addormentata” di Marco Bellocchio, è il secondo film italiano, in un solo anno, che affronta il tema dell’eutanasia. Segno che anche la cultura, oltre all’opinione pubblica, vuole confrontarsi su problematiche cosiddette “sensibili” come questa. Ne abbiamo parlato con Francesca Marciano, scrittrice e sceneggiatrice (con Valia Santella) di “Miele”. 

miele

Sul Venerdì di Repubblica di oggi, lei scrive che eravate spaventate di fronte al progetto di Valeria Golino, quando lo ha proposto a lei e a Valia Santella. Ci dice perché? 

Intanto anche Valeria era spaventata all’idea di fare un film sull’eutanasia, essendoci il clima che sappiamo in Italia ed essendo il suo primo film. Questo Paese ogni volta tende a scoraggiare: nel parlare di certe cose, sembra sempre che ti saltino tutti addosso. Semmai la sorpresa è nel rendersi conto che la gente è sempre più avanti di quelle che sono le censure e i veti: la gente vuole parlare di coppie di fatto, di adozioni gay, di eutanasia. Vuole capire, risolvere questi temi.

Quindi pensa che sia un tabù indotto dalla politica o dall’informazione?

Anche e soprattutto dall’avere il Vaticano qui! Viviamo in un Paese dove scontiamo molto il fatto di essere cattolici e di essere cresciuti con questo imprinting, molto di più di quanto non accada ai nostri vicini di casa francesi o spagnoli.

Sull’eutanasia, c’è un recente sondaggio di Eurispes che indica la stragrande maggioranza di italiani come favorevoli all’eutanasia. Lei stessa ha appena sottoscritto la proposta di legge di iniziativa popolare per la legalizzazione dell’eutanasia, promossa dai radicali dell’Associazione Coscioni…

Questo tema, come fu per il divorzio e l’aborto, è una problematica che riguarda le persone molto da vicino: tutti abbiamo paura di morire soffrendo o di non poter scegliere come andarcene da questo pianeta. Non credo che esista qualcuno che non preferirebbe poter scegliere di morire senza soffrire. Ho firmato convintamente quella proposta di legge, per me e per tutti. Perché mi sembra assurdo ogni divieto che non ci lasci decidere del nostro corpo, della nostra vita.

Nel film si va anche oltre la malattia terminale. Un uomo (Carlo Cecchi) apparentemente in piena forma fisica chiede ugualmente a Miele di farlo morire, forse perché è gravemente depresso. A livello personale, lei ritiene che si debba fare una differenza tra la malattia della mente e quella del corpo?

Il protagonista, con grande dignità non vuole parlare della sua depressione, di una stanchezza di vivere e afferma innanzitutto che non è tenuto a spiegare perché voglia finire la sua vita. “Cosa vuole che le confessi, una colpa tremenda che devo scontare?” domanda a Miele. Però questo non significa che anche la sua malattia non sia irreversibile. E sono scelte, come abbiamo visto anche nei casi di Lucio Magri o di quello più recente del giudice Pietro D’Amico, che comunque vanno rispettate, perché anche un dolore della psiche può essere insopportabile. In Italia, la contraddizione enorme è che non è illegale il suicidio, bensì che qualcuno possa aiutare un’altra persona a morire, se è questo che vuole. Credo che una persona che decida di terminare la propria vita abbia lo stesso diritto di un’altra persona che stia soffrendo fisicamente. Mario Monicelli forse avrebbe preferito poter scegliere un modo meno traumatico del doversi gettare dalla finestra e morire sull’asfalto. E’ una questione innanzitutto di dignità.

Ci sono psichiatri, però, che anche di fronte a una depressione molto grave non la ritengono incurabile, come altre malattie cosiddette terminali. Al di là della libertà di scelta individuale, qual è il suo punto di vista personale?

Il film parla esattamente di questo e perciò ho poi accettato di scriverlo. E’ una scelta talmente difficile che anche chi è in grado di aiutare a morire, come il personaggio di Miele, vive una contraddizione enorme di fronte alla scelta pur esistenziale dell’uomo che glielo chiede. Io stessa non so che cosa farei se fossi in Miele: il film pone una domanda terribile, senza voler dare la risposta. Che rimane un fatto assolutamente personale. Penso oggi alla morte di Anna Proclemer e a quello che dice Giorgio Albertazzi di lei: l’attrice gli aveva infatti chiesto di aiutarla a morire, ma lui si era rifiutato. E anche quella è stata una scelta.

Il paragone forse non regge, ma anche in “Bella addormentata” di Marco Bellocchio si racconta della giovane tossicodipendente che vuole farla finita. In quel caso il medico si oppone e glielo impedisce a tutti i costi. Cosa ne pensa?

Il film di Bellocchio è molto interessante, complesso proprio perché riesce a raccontare molti aspetti, uno diverso dall’altro, dell’eutanasia e del suicidio assistito, come in un caleidoscopio. Nel caso della giovane donna interpretata da Maya Sansa è chiaro che lei sta attraversando una tremenda crisi. Nel caso del nostro personaggio, invece, si tratta di un uomo che è rimasto da solo, che ha vissuto tutta una vita le cui cose migliori sono finite, che ha puntato sulla carriera che poi è finita e non ha avuto una vita affettiva sufficiente. E’ ovviamente una situazione diversa. Comunque la si veda, però, impedire per principio una libera scelta è secondo me sbagliato. Poi però si può aprire il capitolo più complesso e più doloroso di chi si trova a dover affrontare una scelta del genere e a dover scegliere a sua volta se assecondarla. Che almeno ci si possa confrontare su tutto questo, anche drammaticamente, senza mantenere l’eutanasia illegale o inconcepibile soltanto sostenendo che la vita sarebbe nelle mani di dio e non nelle nostre!

© Paolo Izzo

Intervista pubblicata su Agenzia Radicale