Sole 51

copertina enricaL’uomo si svegliò, nudo, per un tremore di stella. I suoi occhi non dovevano essere chiusi del tutto, se nella pupilla poté filtrare quel barlume che accese di nuovo i suoi sensi assopiti e incoscienti. Sotto la spalla ancora addormentata, avvertì la ruvida iuta della sua sacca di fiori, strappata aperta distesa per divenire giaciglio di un intreccio di corpi. Lentamente mosse una mano di lato, per cercarla, mentre i gemiti di lei cominciarono a riecheggiare nella sua mente e nelle orecchie, come se venissero dal bosco poco distante. Verde sospiri, il bosco. Più chiaro il colore dell’erba che saliva intorno a lui e persino pungeva e penetrava la stoffa grezza, come le idee che spuntano nella mente, quando trovano un varco di spazio e di tempo. Pian piano anche gli altri colori si resero più nitidi allo sguardo, mischiandosi, compenetrandosi, quasi fossero cuciti uno all’altro. L’uomo si accorse di avere un sorriso disegnato sul volto: lo sentì dagli zigomi tesi. E vi passò le dita sopra come per ricordarselo, come per ricordare lei, il cui nome affiorò dai meandri della notte. Senza nemmeno rendersene conto, scorgendo quegli iris laggiù, lei era tornata, ma solo in forma di suono, prima, e di colore adesso: Viola, il suo nome. Sorrise di nuovo, perché anche lui rispondeva se gli altri pronunciavano il nome di un fiore. E lui si voltava e pensava: sono io.

Ma quando si alzò in piedi l’uomo si accorse di un’immagine della memoria che aveva cercato di non includere nel suo orizzonte di veglia. Una tristezza verde… volutamente relegata dietro il sipario di armonia blu che si era creato al risveglio: poco prima che lui si addormentasse, lei era andata via correndo e piangendo, per una parola di troppo, per una negazione di troppo. E lui non aveva saputo trattenerla, già pervaso da quel torpore che dice sempre la verità, quando gli occhi si socchiudono e le labbra sussurranno una frase inadatta e dolorosa, benché vera.

In cielo era rimasta soltanto l’ultima delle cinque lune, impegnata in una battaglia solitaria con l’alba incipiente: l’uomo camminò sui colori che, ora l’una ora l’altra, avevano illuminato. Qui un giallo, lì un cespuglietto d’azzurro, più avanti due curve abbracciate di rossi e alle spalle un ricordo di strisce separate, dalle tonalità in apparenza inconciliabili. Nell’ultimo istante di un sogno notturno, l’uomo arrivò in riva a un laghetto per rinfrescarsi la gola e gli occhi dall’arsura dei ricordi. Mosse l’acqua con le mani, bevve. E si fermò a guardare quella superficie assente di colori, limpida come l’uomo stesso sperò di essere.

Si placarono i suoni, la voce ormai lontana della donna, e persino l’aria parve sospendere ogni giudizio. Di fronte allo sguardo dell’uomo, nell’acqua ora immobile, comparve la figura di un volto bellissimo, dolce, ancora assonnato, di chi forse ha appena fatto l’amore. Si sarebbe invaghito di quell’uomo, si sarebbe perso per raggiungerlo, si sarebbe gettato nel buio freddo dello stagno profondo senza riconoscersi, se ai lati del volto non fossero comparse, all’improvviso, delle nuvole chiare, in movimento. Da quegli attimi di cielo l’uomo capì che il viso che ammirava era un suo riflesso, una fantasticheria, un sogno rovinato dalla sua malinconia.
E così Narciso si rialzò e tornò verso il bosco. A ritrovare se stesso.

© Paolo Izzo

Racconto pubblicato nel catalogo della mostra personale di Enrica Zuffada, intitolata “Cielo Attraverso” – Galleria Il Lepre, Piacenza 8-29 marzo 2014.
N.B. Il titolo del racconto e le parole in grassetto sono anche i titoli delle opere della pittrice, alle quali il mio scritto è liberamente ispirato.

“Hotel Rebibbia” presentato a Roma

FronteGrazie alle splendide foto di Gaetano Pezzella, accompagnate da testi miei, dello stesso Gaetano e di Tatiana Antonova, Maurizio Centi, Ulrico Del Curatolo e Cristobal Munoz; grazie alle amiche e agli amici che ieri sera ci hanno raggiunto alla presentazione del volume “Hotel Rebibbia” che raccoglie tutto questo; grazie agli ospiti che hanno affollato la Sala Millepiani e ai relatori che hanno impreziosito la serata con i loro interventi; grazie alla bravissima Giovanna Conforto che, sulle note della fisarmonica di Alessandro D’Alessandro, ci ha regalato le sue splendide interpretazioni di alcuni dei racconti. Tra questi, Giovanna ne ha letto uno mio. Potete riascoltarla a questo link.

 

Proprio quei due

papermanÈ il 20, quando comincia a piovere. La notte. E c’è quest’uomo che batte la testa all’indietro, contro la porta di legno. Antica, la porta. E il legno. E duro, il legno, più della testa dura dell’uomo. E antico il bacio della donna che lo spinge così, all’indietro. Antico come una notte di campagna con le lucciole, come un silenzio senza telefoni, come una sigaretta fumata in segreto. Forse lei non lo spinge davvero, è lui che si ritrae. Per attrarla, si ritrae. Per ricevere il suo bacio antico. Potrebbe soffiarla con un suo bacio, invece, a un metro di distanza. Leggera com’è, gli basterebbe un bacio di uomo per spingerla in mezzo alla piazza medievale e poi raggiungerla lì. E fare l’amore, i due, nel mezzo della piazza. Libellula e uomo. Da far nascere un angelo, come minimo. Un Cupido.
Ma quello doveva essere già passato, a dirla tutta. Come sa fare lui, celandosi in un dolce inganno. Forse a cena, avvolto in una melanzana, o zuccheroso tra susine e fichi. Scansandosi ogni volta che la bocca ciliegia morbida essenza rossa sapienza liquida sbuffante broncio perfezione di curva, cioè – per farla breve – la bocca di lei: ecco, scansandosi il divino Amore – niente a che vedere con quell’altra favola, s’intende – prima che quella bocca meravigliosa lo scambiasse per una melenzana o per la marmellata di susine… Ma no. Il complice di misfatti cardiaci deve essere passato, invece, in quell’istante in cui la libellula è volata su un gradino e raccontava e raccontava e raccontava. E l’uomo le si è messo proprio di fronte. E lei rispondeva a una sola piccola domanda, una domanda cui aveva già minacciato di rispondere, prima, ma la prendeva larga e il tempo scorreva amico. E a lui le parole entravano dagli occhi, in quel momento, direttamente. Con lei, posata ma fremente colibrì, sul gradino. Devono essersi distratti un attimo, i due. Ed ecco l’infido lanciatore di dardi appostarsi, a proposito di tempo, tra le lancette dell’orologio del campanile, prendere la mira e scoccare; proprio lì nella piazza antica riempita da una piazza giovane. Proprio quei due, nel mucchio.

* * *

È quando una ragazza scivola sui sampietrini luccicanti di pioggia; quando qualcun altro arriva a sollevare da terra la sua lagnosa interruzione vivente; quando si guardano negli occhi, i due. Che mentre ci si bacia non è un’operazione così semplice, guardarsi. Vedersi. Soltanto quando l’inopportuna ruzzola, infatti, si guardano. Senza dirsi niente che passi dalle corde vocali: che pure potrebbero, ché hanno belle voci di fumo e di radio, entrambi.
È un filo di pioggia orizzontale, invece, che passa soltanto per gli occhi e ferma ogni ipotesi di voce. Un accenno di cenno. Di un’intesa. Una folgore che attraverserà le porte antiche, bruciacchiando lignei passaggi. E asciugando i gradini in previsione del prossimo labrador che vorrà soggiornarvi elegante.
È in quel quando, si conferma, che un movimento precorre e percorre gli aliti e gli abiti come un brivido muto. Scossa tellurica per cuori poco allenati, invito inascoltato all’intervento immediato delle braccia consolatorie di dea Ragione. È in quel quando, che avrebbero potuto fermarsi. O dovuto? Per rendere inoffensiva la freccia e innocuo l’apostrofo rosa.
A pensarci prima. A pensarci e basta; che poi anche il sogno è un pensiero, ma fugge la notte e fa follie al mattino. Non è raccomandabile, il sogno, in certi incontri di fantasie trafitte. Pensarci da svegli, insomma: tanto per confutare la certezza paranoica dell’arciere vittorioso, avrebbero potuto. O dovuto?
Ma non c’è stato verso. Lei è restata zitta, con la musica che batteva tra i seni arrossiti. Lui è restato zitto, con la schiena tremata dalle onde e un sorriso che ti sfido a scacciarlo.
Verso altra legna, i due incoscienti, hanno camminato; persino calmi. Come se fosse il solito falò di chitarristi estivi e non un rogo a due piazze, buono per ardere eretico e strega.
Provate a fermarli voi, due che si sono già detti tutto senza conoscersi affatto. Nient’affatto.

 * * *

Arriveranno, c’è da aspettarselo. E ci proveranno, quanto meno. A distrarli, ad allontanarli, a rubarli, ad attaccarli. A instillare il dubbio, a sporcare il bello, a disturbare l’intesa. Verranno dal passato e dal presente, da vicino e da lontano: sbucheranno persino quelli che erano scomparsi; torneranno dall’estero, se erano partiti.
Arriveranno. Attratti dall’odore del miele, che si percepisce soltanto col senso dell’invidia; per cacciare o scacciare l’orso, per farlo estinguere, arriveranno; per mietere il grano proprio mentre il vento lo stava accarezzando.
Arriveranno. E che arrivino pure. Soltanto la fantasia potrà combatterli. E una resistenza vitale. E un sorriso persistente. E una battagliera nonviolenza.
Lo sanno quei due, proprio quei due. O lo intuiscono appena. Sanno che non è soltanto l’emozione che dà quel colpetto leggero dietro alle ginocchia, mentre camminano verso un luogo dove non ci sia altra gente; dove possano chiudere fuori le persone fisiche. Ché quelle mentali è più difficile, perché riusciranno a insinuarsi lo stesso, se glielo permetteranno.
Lo sanno, quei due. Proprio quei due. E per questo la mano di lui, di tanto in tanto, le stringe più forte il fianco. E per questo a lei viene una voglia improvvisa di un altro bacio, proprio quando stanno giungendo alla loro oasi, al loro luogo sicuro, che poi di certezze è meglio non parlare ancora.
Per questo certi abbracci, a volte, sembrano degli approdi, dei pericoli scampati, dei sospiri. Ed è nel momento e nel movimento stesso dell’avvolgersi che si intuisce un accenno di paura consapevole. Che alla fine sono giunti giunti. Giunti giunti dove non avrebbero mai immaginato di essere qualche ora prima, che avevano persino prenotato due stanze. Almeno non avevano immaginato di arrivarci insieme, tutti e due. Né tanto meno che avrebbero scatenato il putiferio che arriverà. Quando gli altri arriveranno.

 * * *

Ma, intanto, non erano arrivati. Gli altri, si intende, non erano arrivati. E proprio quei due, nessun altro, erano giunti giunti a chiudersi alle spalle il resto del mondo, in una stanza che aveva l’odore della legna e un letto grande grande ma stretto stretto che al massimo ci si stava in due. E proprio quei due erano due, infatti. E nessun altro.
I vestiti diventarono immediatamente, goffamente, dei ricordi sbiaditi. Si svelarono tatuaggi e incertezze. E pelle nuda. E sincera nudità. Desiderio e poesia, senza che nessuna parola venisse pronunciata. Soltanto suoni. E respiri, che sembravano suoni. Le mani. Le gocce di calore sudore che imperlavano o percorrevano fronti e schiene. Lei che si inarcava come una dea, lui che sfrenava frecce senza punta. Non si dissero niente e sentirono tutto. Di nuovo, le mani. I corpi. I pensieri. Il futuro. E il desiderio. Nuovo. Sconosciuto. Inedito. Brancolarono, proprio quei due, in un coraggioso, buio silenzio. Assenso. Essenza.
E nemmeno ci avevano pensato, a costruire gabbie o acquari dove rinchiudere quell’attimo, dove lasciarlo difeso e inutile come un pezzo di museo. Semplicemente non era nelle loro corde, suonate, squassate dall’impeto. Nemmeno avrebbero saputo come cominciare a progettarla, a costruirla, una gabbia. O un acquario. Ché non avevano abbastanza ragione. Anzi, per niente. Facevano le cose così, senza impegno. Senza calcolo. Soltanto per impeto e assalto. Romanticismo antico di una formula coniata per l’occasione da una certa Madame, che avrebbe riscosso il suo successo o insuccesso soltanto secoli più tardi. In quella stanza dall’odore di legna bruciata, di passione bruciata, di gabbie e acquari mai saputi costruire con la ragione fredda. Si amarono, quei due, proprio perché si erano gettati nell’ignoto. E i loro corpi erano le loro menti. Senza scissione.
Quando l’attimo li sorprese, alla fine, l’emozione fu troppo forte. Il grido sorriso fu troppo forte. E caddero addormentati. Rinunciando ai propositi della vigilia e della forma e della norma. Sfidando passato, amici e pescecani. Perché per loro quell’attimo era la vita stessa. Da cui si svegliarono, poi.

* * *

Infatti se ne va. Lei. Riprende le sue cose in fretta e furia e se ne va. Che sembra un incubo da svegli, dopo una notte senza sogni. Se ne va poco più di due mesi dopo, che sembra appena il giorno dopo. Che sembra non sia nemmeno venuta, quando se ne va. Perché si stropiccia gli occhi. Lui. E non la vede mai più. Perché si infila un mignolo nell’orecchio e scuote forte la mano. Lui. Ma non sente mai più la voce di lei, profonda di abissi e sigarette. Ricorda corse a bordo di binari, ricorda parole intrecciate come un uncinetto di passione, ricorda passeggiate lente per varcare un lungomuro e sospiri lunghi per placare il desiderio. Ricorda parole infiammate e futuri improvvisati. Ma non li trova più, quando mette la sua casa sottosopra per cercarli.
Non grida. Non respira. Lui. Che non sa più nemmeno immaginarla. Mai più. Forse perché la sua libreria onda è diventata un enorme punto interrogativo blu che suda domande e piange dubbi, ma non trova il bandolo della ragione, troppo nascosto nelle spire struggenti di un’utopia.
Quando lei se ne va, lui sparisce come schiuma sulla riva della spiaggia. Si mescola ai corpi stesi al sole, confonde le sue mani con quelle degli altri, ritrae la penna quando sta per sanguinare inchiostro. Si placano i guizzi, ma si scava il cruccio. Ancora più di prima. Tanto che gli darà il nome di lei, quando piccoli eretici cresceranno e gli chiederanno cos’è quel solco che separa i pensieri: inventerà una storia, fingendo che le lacrime sgorghino per un improvvido fumo di sigaretta. Pronuncerà il nome di lei come una scusa, certo un nome di fantasia, saluterà bambini che non le assomigliano e buonanotte anche a te, colibrì.

Natale di traverso

duealberiLe vedevo dalla camera d’albergo. Ogni volta che mi mandavano a New York. Forse per questo motivo non sono mai andato a visitarle.
Bastava che mi affacciassi dal trentaquattresimo piano del Millennium Hotel per vedere lo Skyline di Manhattan dal di dentro: loro, le Torri Gemelle, in lontananza; poi l’Empire State Building e, vicinissimo, l’edificio a punta della Chrysler… Più giù, più in basso, spiavo quei terrazzi che i newyorchesi addobbano come dei giardini pensili o come fossero direttamente in riva al mare. Sdraio, barbecue, ombrelloni e prato rigorosamente sintetico. Spesso, una piscina. Da lì, può darsi, mentre approfittavano degli ultimi scampoli d’estate, coi piedi a mollo, la birra ghiacciata in una mano e l’immancabile sigaro king size nell’altra; da lì, può darsi, alcuni avranno visto un aereo di linea troppo basso, troppo vicino e… troppo infuocato, dopo l’impatto con i vetri e il cemento della prima torre. E poi quell’altro, infilarsi preciso nella sua gemella, quando la birra ed il sigaro avevano lasciato il posto al cellulare ed al telecomando. Per fornire e ricevere notizie. Simultaneamente.

* * *

Le vedevo dalla camera d’albergo. Mi svegliavo all’alba, per via del fuso orario, e le vedevo arrossire per prime ai raggi del sole. Immaginando che, a quell’ora, soltanto le squadre delle pulizie le occupassero. Donne e uomini con le tute azzurre, padroni dello spazio immenso. Poi non ci pensavo più e scendevo a fare colazione.
In strada guardavo gli americani, con grossi bicchieri di caffè tra le mani per svegliarsi a tutti i costi, sbadigli cinematografici per camminare più ossigenati e cuffiette stereo per incamerare suoni più dolci, prima di affrontare, nei loro uffici, quelli sgradevoli delle fotocopiatrici e dei telefoni.
Ricordo, pochissimi giorni prima della tragedia, di essere capitato lì una domenica.
Nessuna giacca e cravatta, nessun ufficio da raggiungere. Ho camminato nel fitto reticolo di strade per il giorno intero. Incrociando gli sguardi di tutte le razze, scambiando parole in tutte le lingue, cedendo il passo a più donne arabe e indiane che americane. Domenica, giorno di mercatini, di panchine, di musiche e fiorai. Un sole caldo e complice ci disegnava addosso sorrisi involontari e una contentezza inspiegabile. Veniva da pensare che, in fondo, poteva essere davvero bello vivere lì con loro, confondersi in un magma indistinto di colori della pelle, accenti e idiomi differenti, modi di fare e modi di vivere… Fa niente che da noi c’è ancora la pena di morte; fa niente che le nostre guerre nascondono sempre interessi economici e vittime innocenti; fa niente che i nostri ragazzi sono tornati “vagamente turbati” da alcune missioni militari all’altro capo del mondo; fa niente che al di là di un oceano e al di sotto di una costa meridionale ci sono milioni di persone che muoiono di fame anche per causa nostra!
In fondo, mica vorremo rovinarci una soleggiata domenica di inizio settembre…
Qualche giorno dopo, c’ha pensato un pazzo con la barba lunga un palmo, a risvegliare tutti dal bel sogno, a rovinarci le giornate da tre mesi a questa parte. Un Babbo Natale con gli occhi infuocati che ci ha portato, in anticipo, doni nefasti e inattesi. Glieli abbiamo restituiti, i suoi pacchi bomba, eccome! Rispediti al mittente, moltiplicati nel numero: passeranno un Natale peggiore del nostro, lui e i suoi compaesani! Ed anche la prossima Pasqua, se è possibile… Ma Natale arriva ugualmente. Puntuale. E dobbiamo essere allegri per forza…
Ricordo quando ero bambino. Prima arrivava Babbo Natale, quello vero, poi cominciavano i litigi dei miei genitori. Immancabili come il presepe con le lucine. Sembrava che le feste catalizzassero gli attriti tra loro, i bocconi amari ingoiati per un anno intero, le rispostacce trattenute…
Un incubo: essere allegri per forza, aprire regali con un sorriso stampato, mangiare gli spaghetti con le vongole chiedendosi soltanto: “quando faranno pace?”.
Oggi, che non sono più bambino, mi hanno rimandato a New York. Proprio in questa intempestiva festività.
Se voglio trovare un po’ di allegria, posso raggiungere Times Square per vedere i maxi schermi colorati, le pubblicità accattivanti, gli spettacoli per bambini, i palloncini, lo zucchero filato, i negozi in festa. Stirare un sorriso per scacciare le bombe, il carbonchio, le maschere anti-gas, le macerie…
Persino la direzione dell’albergo mi ha fatto un regalo: una stanza che affaccia sull’East river invece che verso i grattacieli. Da qui non posso vederle. E nemmeno sapere che non ci sono più.
Una dinamica… tipica. Annullare, per non “voler” vedere. Posso forse inorridire, accendendo la tv, per i bombardamenti in Afghanistan, Iraq, Sudan e così via? No.
Ma posso comprare l’ultimo ritrovato in materia di idromassaggi, microonde, aspirapolvere… per fare un regalo!

* * *

Penso che anche stavolta la festa mi andrà di traverso. Mangiando una maxi bistecca sulla Quinta Strada, mi chiederò soltanto: “quando ci sarà pace?”.

© Paolo Izzo – Racconto pubblicato su Il Denaro
con il titolo “Quel cielo senza più torri”