Sole 51

copertina enricaL’uomo si svegliò, nudo, per un tremore di stella. I suoi occhi non dovevano essere chiusi del tutto, se nella pupilla poté filtrare quel barlume che accese di nuovo i suoi sensi assopiti e incoscienti. Sotto la spalla ancora addormentata, avvertì la ruvida iuta della sua sacca di fiori, strappata aperta distesa per divenire giaciglio di un intreccio di corpi. Lentamente mosse una mano di lato, per cercarla, mentre i gemiti di lei cominciarono a riecheggiare nella sua mente e nelle orecchie, come se venissero dal bosco poco distante. Verde sospiri, il bosco. Più chiaro il colore dell’erba che saliva intorno a lui e persino pungeva e penetrava la stoffa grezza, come le idee che spuntano nella mente, quando trovano un varco di spazio e di tempo. Pian piano anche gli altri colori si resero più nitidi allo sguardo, mischiandosi, compenetrandosi, quasi fossero cuciti uno all’altro. L’uomo si accorse di avere un sorriso disegnato sul volto: lo sentì dagli zigomi tesi. E vi passò le dita sopra come per ricordarselo, come per ricordare lei, il cui nome affiorò dai meandri della notte. Senza nemmeno rendersene conto, scorgendo quegli iris laggiù, lei era tornata, ma solo in forma di suono, prima, e di colore adesso: Viola, il suo nome. Sorrise di nuovo, perché anche lui rispondeva se gli altri pronunciavano il nome di un fiore. E lui si voltava e pensava: sono io.

Ma quando si alzò in piedi l’uomo si accorse di un’immagine della memoria che aveva cercato di non includere nel suo orizzonte di veglia. Una tristezza verde… volutamente relegata dietro il sipario di armonia blu che si era creato al risveglio: poco prima che lui si addormentasse, lei era andata via correndo e piangendo, per una parola di troppo, per una negazione di troppo. E lui non aveva saputo trattenerla, già pervaso da quel torpore che dice sempre la verità, quando gli occhi si socchiudono e le labbra sussurranno una frase inadatta e dolorosa, benché vera.

In cielo era rimasta soltanto l’ultima delle cinque lune, impegnata in una battaglia solitaria con l’alba incipiente: l’uomo camminò sui colori che, ora l’una ora l’altra, avevano illuminato. Qui un giallo, lì un cespuglietto d’azzurro, più avanti due curve abbracciate di rossi e alle spalle un ricordo di strisce separate, dalle tonalità in apparenza inconciliabili. Nell’ultimo istante di un sogno notturno, l’uomo arrivò in riva a un laghetto per rinfrescarsi la gola e gli occhi dall’arsura dei ricordi. Mosse l’acqua con le mani, bevve. E si fermò a guardare quella superficie assente di colori, limpida come l’uomo stesso sperò di essere.

Si placarono i suoni, la voce ormai lontana della donna, e persino l’aria parve sospendere ogni giudizio. Di fronte allo sguardo dell’uomo, nell’acqua ora immobile, comparve la figura di un volto bellissimo, dolce, ancora assonnato, di chi forse ha appena fatto l’amore. Si sarebbe invaghito di quell’uomo, si sarebbe perso per raggiungerlo, si sarebbe gettato nel buio freddo dello stagno profondo senza riconoscersi, se ai lati del volto non fossero comparse, all’improvviso, delle nuvole chiare, in movimento. Da quegli attimi di cielo l’uomo capì che il viso che ammirava era un suo riflesso, una fantasticheria, un sogno rovinato dalla sua malinconia.
E così Narciso si rialzò e tornò verso il bosco. A ritrovare se stesso.

© Paolo Izzo

Racconto pubblicato nel catalogo della mostra personale di Enrica Zuffada, intitolata “Cielo Attraverso” – Galleria Il Lepre, Piacenza 8-29 marzo 2014.
N.B. Il titolo del racconto e le parole in grassetto sono anche i titoli delle opere della pittrice, alle quali il mio scritto è liberamente ispirato.

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“Hotel Rebibbia” presentato a Roma

FronteGrazie alle splendide foto di Gaetano Pezzella, accompagnate da testi miei, dello stesso Gaetano e di Tatiana Antonova, Maurizio Centi, Ulrico Del Curatolo e Cristobal Munoz; grazie alle amiche e agli amici che ieri sera ci hanno raggiunto alla presentazione del volume “Hotel Rebibbia” che raccoglie tutto questo; grazie agli ospiti che hanno affollato la Sala Millepiani e ai relatori che hanno impreziosito la serata con i loro interventi; grazie alla bravissima Giovanna Conforto che, sulle note della fisarmonica di Alessandro D’Alessandro, ci ha regalato le sue splendide interpretazioni di alcuni dei racconti. Tra questi, Giovanna ne ha letto uno mio. Potete riascoltarla a questo link.

 

Proprio quei due

papermanÈ il 20, quando comincia a piovere. La notte. E c’è quest’uomo che batte la testa all’indietro, contro la porta di legno. Antica, la porta. E il legno. E duro, il legno, più della testa dura dell’uomo. E antico il bacio della donna che lo spinge così, all’indietro. Antico come una notte di campagna con le lucciole, come un silenzio senza telefoni, come una sigaretta fumata in segreto. Forse lei non lo spinge davvero, è lui che si ritrae. Per attrarla, si ritrae. Per ricevere il suo bacio antico. Potrebbe soffiarla con un suo bacio, invece, a un metro di distanza. Leggera com’è, gli basterebbe un bacio di uomo per spingerla in mezzo alla piazza medievale e poi raggiungerla lì. E fare l’amore, i due, nel mezzo della piazza. Libellula e uomo. Da far nascere un angelo, come minimo. Un Cupido.
Ma quello doveva essere già passato, a dirla tutta. Come sa fare lui, celandosi in un dolce inganno. Forse a cena, avvolto in una melanzana, o zuccheroso tra susine e fichi. Scansandosi ogni volta che la bocca ciliegia morbida essenza rossa sapienza liquida sbuffante broncio perfezione di curva, cioè – per farla breve – la bocca di lei: ecco, scansandosi il divino Amore – niente a che vedere con quell’altra favola, s’intende – prima che quella bocca meravigliosa lo scambiasse per una melenzana o per la marmellata di susine… Ma no. Il complice di misfatti cardiaci deve essere passato, invece, in quell’istante in cui la libellula è volata su un gradino e raccontava e raccontava e raccontava. E l’uomo le si è messo proprio di fronte. E lei rispondeva a una sola piccola domanda, una domanda cui aveva già minacciato di rispondere, prima, ma la prendeva larga e il tempo scorreva amico. E a lui le parole entravano dagli occhi, in quel momento, direttamente. Con lei, posata ma fremente colibrì, sul gradino. Devono essersi distratti un attimo, i due. Ed ecco l’infido lanciatore di dardi appostarsi, a proposito di tempo, tra le lancette dell’orologio del campanile, prendere la mira e scoccare; proprio lì nella piazza antica riempita da una piazza giovane. Proprio quei due, nel mucchio.

* * *

È quando una ragazza scivola sui sampietrini luccicanti di pioggia; quando qualcun altro arriva a sollevare da terra la sua lagnosa interruzione vivente; quando si guardano negli occhi, i due. Che mentre ci si bacia non è un’operazione così semplice, guardarsi. Vedersi. Soltanto quando l’inopportuna ruzzola, infatti, si guardano. Senza dirsi niente che passi dalle corde vocali: che pure potrebbero, ché hanno belle voci di fumo e di radio, entrambi.
È un filo di pioggia orizzontale, invece, che passa soltanto per gli occhi e ferma ogni ipotesi di voce. Un accenno di cenno. Di un’intesa. Una folgore che attraverserà le porte antiche, bruciacchiando lignei passaggi. E asciugando i gradini in previsione del prossimo labrador che vorrà soggiornarvi elegante.
È in quel quando, si conferma, che un movimento precorre e percorre gli aliti e gli abiti come un brivido muto. Scossa tellurica per cuori poco allenati, invito inascoltato all’intervento immediato delle braccia consolatorie di dea Ragione. È in quel quando, che avrebbero potuto fermarsi. O dovuto? Per rendere inoffensiva la freccia e innocuo l’apostrofo rosa.
A pensarci prima. A pensarci e basta; che poi anche il sogno è un pensiero, ma fugge la notte e fa follie al mattino. Non è raccomandabile, il sogno, in certi incontri di fantasie trafitte. Pensarci da svegli, insomma: tanto per confutare la certezza paranoica dell’arciere vittorioso, avrebbero potuto. O dovuto?
Ma non c’è stato verso. Lei è restata zitta, con la musica che batteva tra i seni arrossiti. Lui è restato zitto, con la schiena tremata dalle onde e un sorriso che ti sfido a scacciarlo.
Verso altra legna, i due incoscienti, hanno camminato; persino calmi. Come se fosse il solito falò di chitarristi estivi e non un rogo a due piazze, buono per ardere eretico e strega.
Provate a fermarli voi, due che si sono già detti tutto senza conoscersi affatto. Nient’affatto.

 * * *

Arriveranno, c’è da aspettarselo. E ci proveranno, quanto meno. A distrarli, ad allontanarli, a rubarli, ad attaccarli. A instillare il dubbio, a sporcare il bello, a disturbare l’intesa. Verranno dal passato e dal presente, da vicino e da lontano: sbucheranno persino quelli che erano scomparsi; torneranno dall’estero, se erano partiti.
Arriveranno. Attratti dall’odore del miele, che si percepisce soltanto col senso dell’invidia; per cacciare o scacciare l’orso, per farlo estinguere, arriveranno; per mietere il grano proprio mentre il vento lo stava accarezzando.
Arriveranno. E che arrivino pure. Soltanto la fantasia potrà combatterli. E una resistenza vitale. E un sorriso persistente. E una battagliera nonviolenza.
Lo sanno quei due, proprio quei due. O lo intuiscono appena. Sanno che non è soltanto l’emozione che dà quel colpetto leggero dietro alle ginocchia, mentre camminano verso un luogo dove non ci sia altra gente; dove possano chiudere fuori le persone fisiche. Ché quelle mentali è più difficile, perché riusciranno a insinuarsi lo stesso, se glielo permetteranno.
Lo sanno, quei due. Proprio quei due. E per questo la mano di lui, di tanto in tanto, le stringe più forte il fianco. E per questo a lei viene una voglia improvvisa di un altro bacio, proprio quando stanno giungendo alla loro oasi, al loro luogo sicuro, che poi di certezze è meglio non parlare ancora.
Per questo certi abbracci, a volte, sembrano degli approdi, dei pericoli scampati, dei sospiri. Ed è nel momento e nel movimento stesso dell’avvolgersi che si intuisce un accenno di paura consapevole. Che alla fine sono giunti giunti. Giunti giunti dove non avrebbero mai immaginato di essere qualche ora prima, che avevano persino prenotato due stanze. Almeno non avevano immaginato di arrivarci insieme, tutti e due. Né tanto meno che avrebbero scatenato il putiferio che arriverà. Quando gli altri arriveranno.

 * * *

Ma, intanto, non erano arrivati. Gli altri, si intende, non erano arrivati. E proprio quei due, nessun altro, erano giunti giunti a chiudersi alle spalle il resto del mondo, in una stanza che aveva l’odore della legna e un letto grande grande ma stretto stretto che al massimo ci si stava in due. E proprio quei due erano due, infatti. E nessun altro.
I vestiti diventarono immediatamente, goffamente, dei ricordi sbiaditi. Si svelarono tatuaggi e incertezze. E pelle nuda. E sincera nudità. Desiderio e poesia, senza che nessuna parola venisse pronunciata. Soltanto suoni. E respiri, che sembravano suoni. Le mani. Le gocce di calore sudore che imperlavano o percorrevano fronti e schiene. Lei che si inarcava come una dea, lui che sfrenava frecce senza punta. Non si dissero niente e sentirono tutto. Di nuovo, le mani. I corpi. I pensieri. Il futuro. E il desiderio. Nuovo. Sconosciuto. Inedito. Brancolarono, proprio quei due, in un coraggioso, buio silenzio. Assenso. Essenza.
E nemmeno ci avevano pensato, a costruire gabbie o acquari dove rinchiudere quell’attimo, dove lasciarlo difeso e inutile come un pezzo di museo. Semplicemente non era nelle loro corde, suonate, squassate dall’impeto. Nemmeno avrebbero saputo come cominciare a progettarla, a costruirla, una gabbia. O un acquario. Ché non avevano abbastanza ragione. Anzi, per niente. Facevano le cose così, senza impegno. Senza calcolo. Soltanto per impeto e assalto. Romanticismo antico di una formula coniata per l’occasione da una certa Madame, che avrebbe riscosso il suo successo o insuccesso soltanto secoli più tardi. In quella stanza dall’odore di legna bruciata, di passione bruciata, di gabbie e acquari mai saputi costruire con la ragione fredda. Si amarono, quei due, proprio perché si erano gettati nell’ignoto. E i loro corpi erano le loro menti. Senza scissione.
Quando l’attimo li sorprese, alla fine, l’emozione fu troppo forte. Il grido sorriso fu troppo forte. E caddero addormentati. Rinunciando ai propositi della vigilia e della forma e della norma. Sfidando passato, amici e pescecani. Perché per loro quell’attimo era la vita stessa. Da cui si svegliarono, poi.

* * *

Infatti se ne va. Lei. Riprende le sue cose in fretta e furia e se ne va. Che sembra un incubo da svegli, dopo una notte senza sogni. Se ne va poco più di due mesi dopo, che sembra appena il giorno dopo. Che sembra non sia nemmeno venuta, quando se ne va. Perché si stropiccia gli occhi. Lui. E non la vede mai più. Perché si infila un mignolo nell’orecchio e scuote forte la mano. Lui. Ma non sente mai più la voce di lei, profonda di abissi e sigarette. Ricorda corse a bordo di binari, ricorda parole intrecciate come un uncinetto di passione, ricorda passeggiate lente per varcare un lungomuro e sospiri lunghi per placare il desiderio. Ricorda parole infiammate e futuri improvvisati. Ma non li trova più, quando mette la sua casa sottosopra per cercarli.
Non grida. Non respira. Lui. Che non sa più nemmeno immaginarla. Mai più. Forse perché la sua libreria onda è diventata un enorme punto interrogativo blu che suda domande e piange dubbi, ma non trova il bandolo della ragione, troppo nascosto nelle spire struggenti di un’utopia.
Quando lei se ne va, lui sparisce come schiuma sulla riva della spiaggia. Si mescola ai corpi stesi al sole, confonde le sue mani con quelle degli altri, ritrae la penna quando sta per sanguinare inchiostro. Si placano i guizzi, ma si scava il cruccio. Ancora più di prima. Tanto che gli darà il nome di lei, quando piccoli eretici cresceranno e gli chiederanno cos’è quel solco che separa i pensieri: inventerà una storia, fingendo che le lacrime sgorghino per un improvvido fumo di sigaretta. Pronuncerà il nome di lei come una scusa, certo un nome di fantasia, saluterà bambini che non le assomigliano e buonanotte anche a te, colibrì.

Natale di traverso

duealberiLe vedevo dalla camera d’albergo. Ogni volta che mi mandavano a New York. Forse per questo motivo non sono mai andato a visitarle.
Bastava che mi affacciassi dal trentaquattresimo piano del Millennium Hotel per vedere lo Skyline di Manhattan dal di dentro: loro, le Torri Gemelle, in lontananza; poi l’Empire State Building e, vicinissimo, l’edificio a punta della Chrysler… Più giù, più in basso, spiavo quei terrazzi che i newyorchesi addobbano come dei giardini pensili o come fossero direttamente in riva al mare. Sdraio, barbecue, ombrelloni e prato rigorosamente sintetico. Spesso, una piscina. Da lì, può darsi, mentre approfittavano degli ultimi scampoli d’estate, coi piedi a mollo, la birra ghiacciata in una mano e l’immancabile sigaro king size nell’altra; da lì, può darsi, alcuni avranno visto un aereo di linea troppo basso, troppo vicino e… troppo infuocato, dopo l’impatto con i vetri e il cemento della prima torre. E poi quell’altro, infilarsi preciso nella sua gemella, quando la birra ed il sigaro avevano lasciato il posto al cellulare ed al telecomando. Per fornire e ricevere notizie. Simultaneamente.

* * *

Le vedevo dalla camera d’albergo. Mi svegliavo all’alba, per via del fuso orario, e le vedevo arrossire per prime ai raggi del sole. Immaginando che, a quell’ora, soltanto le squadre delle pulizie le occupassero. Donne e uomini con le tute azzurre, padroni dello spazio immenso. Poi non ci pensavo più e scendevo a fare colazione.
In strada guardavo gli americani, con grossi bicchieri di caffè tra le mani per svegliarsi a tutti i costi, sbadigli cinematografici per camminare più ossigenati e cuffiette stereo per incamerare suoni più dolci, prima di affrontare, nei loro uffici, quelli sgradevoli delle fotocopiatrici e dei telefoni.
Ricordo, pochissimi giorni prima della tragedia, di essere capitato lì una domenica.
Nessuna giacca e cravatta, nessun ufficio da raggiungere. Ho camminato nel fitto reticolo di strade per il giorno intero. Incrociando gli sguardi di tutte le razze, scambiando parole in tutte le lingue, cedendo il passo a più donne arabe e indiane che americane. Domenica, giorno di mercatini, di panchine, di musiche e fiorai. Un sole caldo e complice ci disegnava addosso sorrisi involontari e una contentezza inspiegabile. Veniva da pensare che, in fondo, poteva essere davvero bello vivere lì con loro, confondersi in un magma indistinto di colori della pelle, accenti e idiomi differenti, modi di fare e modi di vivere… Fa niente che da noi c’è ancora la pena di morte; fa niente che le nostre guerre nascondono sempre interessi economici e vittime innocenti; fa niente che i nostri ragazzi sono tornati “vagamente turbati” da alcune missioni militari all’altro capo del mondo; fa niente che al di là di un oceano e al di sotto di una costa meridionale ci sono milioni di persone che muoiono di fame anche per causa nostra!
In fondo, mica vorremo rovinarci una soleggiata domenica di inizio settembre…
Qualche giorno dopo, c’ha pensato un pazzo con la barba lunga un palmo, a risvegliare tutti dal bel sogno, a rovinarci le giornate da tre mesi a questa parte. Un Babbo Natale con gli occhi infuocati che ci ha portato, in anticipo, doni nefasti e inattesi. Glieli abbiamo restituiti, i suoi pacchi bomba, eccome! Rispediti al mittente, moltiplicati nel numero: passeranno un Natale peggiore del nostro, lui e i suoi compaesani! Ed anche la prossima Pasqua, se è possibile… Ma Natale arriva ugualmente. Puntuale. E dobbiamo essere allegri per forza…
Ricordo quando ero bambino. Prima arrivava Babbo Natale, quello vero, poi cominciavano i litigi dei miei genitori. Immancabili come il presepe con le lucine. Sembrava che le feste catalizzassero gli attriti tra loro, i bocconi amari ingoiati per un anno intero, le rispostacce trattenute…
Un incubo: essere allegri per forza, aprire regali con un sorriso stampato, mangiare gli spaghetti con le vongole chiedendosi soltanto: “quando faranno pace?”.
Oggi, che non sono più bambino, mi hanno rimandato a New York. Proprio in questa intempestiva festività.
Se voglio trovare un po’ di allegria, posso raggiungere Times Square per vedere i maxi schermi colorati, le pubblicità accattivanti, gli spettacoli per bambini, i palloncini, lo zucchero filato, i negozi in festa. Stirare un sorriso per scacciare le bombe, il carbonchio, le maschere anti-gas, le macerie…
Persino la direzione dell’albergo mi ha fatto un regalo: una stanza che affaccia sull’East river invece che verso i grattacieli. Da qui non posso vederle. E nemmeno sapere che non ci sono più.
Una dinamica… tipica. Annullare, per non “voler” vedere. Posso forse inorridire, accendendo la tv, per i bombardamenti in Afghanistan, Iraq, Sudan e così via? No.
Ma posso comprare l’ultimo ritrovato in materia di idromassaggi, microonde, aspirapolvere… per fare un regalo!

* * *

Penso che anche stavolta la festa mi andrà di traverso. Mangiando una maxi bistecca sulla Quinta Strada, mi chiederò soltanto: “quando ci sarà pace?”.

© Paolo Izzo – Racconto pubblicato su Il Denaro
con il titolo “Quel cielo senza più torri”

Playboy – “L’ingegnere”, un racconto di Paolo Izzo

(Vincitore Premio Playboy ’93 – Pubblicato su «Playboy» nell’agosto 1993)

Playboyagosto1993Caldo, troppo caldo. Se non fossi qui per questo collaudo, passerei tutto il giorno sdraiato; al sole o a letto. Rio de Janeiro è piena di italiani ed anche io sono italiano. Mi sento tanto turista.
Vorrei sapermi comportare come la maggior parte di questi attempati signori, tutti alla ricerca di qualche brasiliana da cui farsi strapazzare per pochi cruzeros. Ma forse preferisco camminare con i miei occhiali scuri, noncurante degli sguardi che mi attraversano e mi percorrono tutto il corpo. Sembra che tutte qui vogliano scoparti. E credo di comprendere come deve sentirsi un’italiana che giri da sola per le strade di qualche cittadina del suo Paese.
Raggiungo l’edificio con l’aria condizionata della Edil Corporation, nel lussuoso quartiere di Ipanema.
Fresco, troppo fresco. Il sudore mi si gela addosso ed è come se avessi appena sfebbrato. Mi sento debole e gioco per alcuni secondi con il mio riflesso nel vetro di una grande porta, passandomi una mano tra i capelli e sulla fronte imperlata di goccioline.
Entrato nella sala delle riunioni, saluto il gruppo di ingegneri tra cui mancavo soltanto io; mi accorgo di essere in ritardo e chiedo scusa stancamente: «Ho camminato piano, per non svenire in strada».
I quindici signori, una sola donna, sorridono, per non farmi pesare la loro attesa. Sono pur sempre il loro capo e avrei potuto lasciarli qui anche mezza giornata.
In un’ora espongo il programma per i prossimi giorni ed il lavoro che mi aspetto da ciascuno di loro; poi saluto di nuovo e così come ero entrato, senza guardare nessuno in volto, me ne vado.

È quasi sera. Sdraiato sul lettone di questa camera d’albergo bellissima ed uguale a tutte le altre, aspetto con indolenza che il mio corpo si asciughi dall’acqua della doccia. Tra poco uscirò: la mia seconda vita. Notturna e dissoluta, come in quei film dove c’è un agente segreto che di giorno fa finta di lavorare come impiegato e di notte fa sul serio.
Squilla il telefono, distraendomi. È una delle mie colleghe, l’unica mia collega donna; carina, ma niente di speciale; un bel fisico forse, ma sicuramente un paio di occhialoni antiestetici da finta seria. Si chiama Federica e mi sta chiedendo se può salire in camera mia. Le rispondo che sì, può raggiungermi, anche se avrei voluto dire che non se ne parlava nemmeno.
Deve essere intimidita dal trovarmi con addosso solo un asciugamani azzurro dell’albergo, ma cerca pateticamente di sembrare sfacciata. Mi dice che l’azzurro mi dona, con un risolino isterico e stupido.
Vorrei chiuderla fuori e invece la faccio entrare.
Non sembra che lei abbia molto da aggiungere, né a me va di dire nulla. Poi mi sorprende, anche se dovevo immaginare: «Voglio passare la notte con te».
«Tutta la notte magari no, ma serviti pure» rispondo, sentendomi autenticamente ridicolo e pensando di nuovo all’agente segreto. Ridicolo e involontario.
È ovvio adesso che lei inizi a spogliarsi, che si tolga gli occhialoni e che assapori con gusto tutta la mia meraviglia nello scoprirne per la prima volta gli occhi intensi ed il corpo perfetto e sinuoso. Ed è sufficiente che il mio pene inizi a svegliarsi dal suo torpore forzato, perché l’asciugamani azzurro abbandoni i miei fianchi e scivoli sulla moquette marrone; in un ignobile contrasto di colori.
Federica mi fissa, forse per l’insperata prestanza che si staglia dinanzi ai suoi occhi, forse per la mia crudele inamovibilità. Si avvicina con lentezza, il suo respiro èirregolare. Vorrebbe tuffarmisi addosso, credo, ma aspetta che sia io a muovere per primo.
Le afferro i seni, troppo violento forse. Le mie mani sono più calde del suo corpo liscio e giovane, le lascio scorrere sicure su tutta la sua pelle. La bacio e non vorrei, riempiendole la bocca con la mia lingua avida. E le ginocchia di Federica cedono per un istante. Un suo sospiro lunghissimo e siamo di traverso sul mio letto, insaziabili l’uno dell’altra, in cerca di tutti gli angoli del piacere, senza nemmeno sfiorare i più scontati. Lecco il suo corpo, come un forsennato, fino a che la mia lingua è ruvida come quella di un gatto e mi viene da tossire per il sapore dolciastro del bagnoschiuma di lei. Ormai distratto, guardo in giù, verso il mio pene, per sincerarmi che almeno lui continui a resistere. E lui è lì, egregiamente teso e gonfio e pulsante, in spasmodica attesa di sfogarsi. Anche Federica lo guarda, al culmine dell’eccitazione. Vorrebbe toccarlo, baciarlo, leccarlo, ma io la respingo accrescendo il languore dei suoi occhi già febbricitanti.
E all’improvviso sono dentro di lei, in un solo momento, come in un abbraccio caldo, come una lama che affonda nel burro tiepido. Federica mugola snodandosi e contorcendosi sotto di me, ora stringendomi, ora aggrappandosi alle lenzuola come se stesse soffrendo. La stanza è piena dei suoi sospiri e delle sue parole incomprensibili. Incomprensibili per me che non riesco quasi più a connettere, che cerco di toccare il suo centro, che spingo e sferzo colpi sempre più violenti fino a farla sussultare, che le mordo il mento, che le strizzo le mani e i seni, mentre lei ora grida incontenibile e sorride gioiosa. Ed io che non resisto più, la vedo bellissima con gli occhi socchiusi, ne sento il profumo inebriante, la voce sottile che geme al ritmo dei miei affondi e vorrei continuare all’infinito, ma non resisto più. Al diavolo la concentrazione, al diavolo l’impegno a resistere.
Godo. E tossisco ansimando e sbuffo. Federica che ancora sotto di me si dimena, adesso più dolcemente, con i suoi incisivi leggermente disuniti che spuntano dalle labbra dischiuse e vogliose, ed emette lunghi sospiri, profondi, e la sua voce adesso è calda e pastosa.
Ma è come se ai miei occhi non fosse più bella come prima e la sento distante e vorrei che sparisse in una cortina di nebbia. Puff.

Ho detto a Federica di andarsene, di lasciarmi perché ho un appuntamento, e puntualmente lei era contrariata, la sua aspettativa di rimanere tutta la notte con me, improvvisamente delusa. Piena di orgoglio, si è rivestita senza dire una parola ed è uscita da questa suite sbattendo appena la porta.
In realtà io posso anche non uscire affatto: ho abbastanza cocaina per questa notte. Posso rimanere in camera e godermela fino a domattina e guardare Rio dall’alto e magari nel pomeriggio cercare di nuovo Federica.
Mi alzo indolente, trascinandomi nel salottino della mia suite. C’è un tavolo piccolo di marmo con uno specchio sopra: sembra tutto perfettamente pronto per il compimento della mia seconda vita. E di nuovo l’immagine stupida dell’agente segreto.
Svuoto per metà la boccetta d’argento con la mia polverina e già mi sembra di sentirne il gusto di vuoto.
Con sapienza divido la montagnola rosata con una lametta da barba; un gesto abituale ormai. Sei strisce lunghe e larghe per cancellarmi la mente. Per credermi morto. La prima sniffata, con forza, per non pentirmi. E già il vuoto che mi prende e il sapore amarostico in gola e le gengive intorpidite. E subito la seconda striscia, con l’altra narice, per non fare favoritismi, penso ridacchiando, già stupido.
Sono al centro dell’universo, mi sembra, ma anche troppo razionale per crederci veramente; mi rilasso un attimo.
Squilla il telefono, di nuovo. Drin, drin, drin, drin. Troppo insistente per lasciarlo suonare, troppo fastidioso per continuare a farmi torturare. Potrei staccarlo, ma rispondo. Di nuovo Federica, e di nuovo le dico di salire; ha dimenticato qualcosa? Non riesco nemmeno a rispondermi.
Il suo pugnetto alla porta ed il mio cervello che amplifica i suoni. Apro ed è proprio lei, un broncio ostentato ed i movimenti incerti.
«Già dormivi?» mi chiede.
«No, sniffavo» e rido forte.
Lei sembra interdetta, stupita. Mi chiede di ripetere. Ed io ripeto, ridendo ancora più forte, aggiungendo che, se vuole, può tenermi compagnia.
Federica alza troppo la voce ed io le chiedo di calmarsi perché non è così drammatica, questa situazione. Ma inizia a piangere, come tutte le donne che non sanno più cosa fare.
Cerco di rimanere serio, anche se mi è molto difficile. Le sussurro che va tutto bene, che non si deve preoccupare, ma lei non smette di frignare. La schiaffeggio, più forte di quanto volessi. Federica trattiene il respiro, sorpresa, la sua guancia subito rossa ed una lacrima sospesa sulle ciglia.
Le accarezzo il viso, senza dire una parola, sperando che anche lei non ne aggiunga.
La bacio, piano. E anche lei bacia me, dopo una brevissima resistenza infantile.
Le prendo una mano, conducendola vicino al tavolino di marmo con lo specchio. E lei non si oppone più; ha una gocciolina sulla punta del naso. Le dico di aspettarmi e Federica rimane ferma, con lo sguardo fisso sulle quattro colonnine di coca.
Cammino piano verso l’armadio, cerco un fazzoletto con le mie iniziali e glielo porto; tutti i movimenti con lo stesso ritmo, l’effetto della droga sempre più incalzante.
«Soffiati il naso» la prego.
Adesso è tutto pronto per insegnarle le semplici operazioni da compiere per diventare come me, per trasformarsi in un essere vuoto e insaziabile.

Immobili, abbracciati come due vecchi amici, parliamo e diciamo cose senza senso. Federica confessa che avrebbe voglia di ballare ed io che voglio prenderla in questo istante, senza aspettare un solo secondo. Sembra d’accordo, la sua mano è già sotto i miei testicoli e li massaggia. Lentamente appoggia la testa sul mio addome e inizia a parlare con il mio sesso, escludendomi dalla conversazione. Allora cerco di resistere all’eccitazione crescente, ma Federica ha già smesso di parlare e mi sta leccando e suggendo; con pazienza, consapevole che da un momento all’altro non potrà più contenermi tutto nella sua bocca, come adesso.
Le accarezzo i capelli, mentre il mio membro si erge piano piano, assaporando ogni attimo di questa memorabile chiacchierata.
Le sue labbra sono sicure nella presa, i suoi denti insensibili per la cocaina premono sul glande oramai al massimo della tensione. All’improvviso Federica si alza, magnificamente nuda, i suoi seni con il capezzolo all’insù che sembrano richiedere i miei applausi, i miei occhi lucidi; il ventre le ondeggia lieve al ritmo del suo respiro, del nostro respiro.
Si avvicina a me decisa, come se fosse l’unica cosa da fare in questo momento, e tenendomi il viso con le unghie, se lo porta in grembo, affondandolo nel monte di Venere. Umido e odoroso, come se fosse vivo, il suo pube pulsa come se sotto ci fosse il cuore: dischiudo le labbra e lo afferro con i denti, insinuandovi la lingua. E penso che l’universo è lì e adesso ne sono davvero al centro. Insaziabile, cingendola per i fianchi, la muovo per farla ondeggiare, mentre sento il suo respiro divenire roco e caldo, le sue gambe cedere ed i suoi umori liquefarsi incontrollati. La voglio bere. E mangiare.
Ma Federica ha già cambiato posizione, un’altra volta. Adesso si sta spalmando sopra di me con tutto il suo corpo, percorrendomi dalla testa ai piedi con le labbra turgide. Mugolando senza freno. Ho quasi l’impressione che desideri godere senza aspettarmi. La fermo.
Di nuovo dentro di lei, rapido. Senza ostacoli, e ancora più in fondo; la cocaina nei nostri corpi; il mio cuore che batte più velocemente del normale. Molto di più. E la mente che se n’è andata via. Mi sembra di svenire.

Mi sveglio e mi guardo stancamente attorno. Confuso, con la mente ancora ottenebrata dalla troppa cocaina, faccio fatica a rendermi conto di dove io sia. Guardo la finestra. È aperta. E di fuori una donna completamente nuda. Certo, Federica!
Una donna completamente nuda che sale sul parapetto del balconcino. La mia voce che non riesce a collegarsi con la mente muta. I miei occhi sbarrati fino a farmi male. Un silenzio maledetto.
Una donna completamente nuda che si getta nel vuoto come se potesse volare. La mia voce ancora muta. La mia mente ancora muta. Il grido che non riesco a lanciare accresce il silenzio ed una ventata calda muove le tende della finestra.
Ed il mio silenzio è rotto da un tonfo, dalle grida dei passanti, dai clacson delle macchine e persino dalle voci di quelli che hanno la camera vicino alla mia. Tutto fa rumore, adesso. Finalmente grido, con la voce di un bambino.
E mi faccio schifo, con la mente di un uomo che si fa troppo schifo per considerarsi tale.

© Paolo Izzo