“Wilde Salomè” e il film che non c’è

wilde salomeUna domanda agiterà gli spettatori, quasi come il velo di Salomè quando danza per Erode. Oltre a quello che stiamo vedendo e che somiglia più a un documentario, anzi a un backstage, uscirà anche un kolossal americano, diretto e interpretato da Al Pacino e tratto dalla “Salomè” di Oscar Wilde? La risposta è no: il film è proprio “Wilde Salomè”. Così l’ha voluto Pacino, che ha portato in teatro il dramma di Wilde qualche anno fa e intorno vi ha costruito una “messa in scena” insolita e indefinibile, dove racconta molto se stesso, ma anche la avvincente e misconosciuta biografia di Oscar Wilde, nonché l’opera forse più predittiva del grande drammaturgo irlandese, trovando spazio infine per una panoramica – non troppo severa – sullo showbiz a stelle e strisce. L’istrionico Pacino ci guida con passione nella sua ossessione, investendoci con la parlantina ipercinetica (da vedere in lingua originale) e la gestualità da veterano di cinema e teatro, ripetendo un esperimento che già realizzò con il suo lavoro su William Shakespeare e sul “Riccardo III” (“Looking for Richard”, 1996) e confermandoci che i migliori indagatori della natura e delle passioni umane sono stati grandi scrittori, più che filosofi e dottori. Così, verrà la morte e avrà gli occhi (e la bocca) di Salomè e le splendide fattezze di Jessica Chastain, mentre Pacino-Erode-Wilde (fa tutto lui), con la sua ambigua dissolutezza e una vocetta sibillina, ci ricorderà ancora una volta quel sempiterno verso del Poeta e gli altri che ne fanno da cornice: «Amor ch’a nullo amato amar perdona». 

E si può ben… perdonare certa incompiutezza a questo film non-film, che viene distribuito in Italia a quasi cinque anni dalla prima proiezione alla Mostra del Cinema di Venezia, se si riflette su quanto eroico sia il tentativo paciniano di raccontare in una sola pellicola la altrui e la propria genialità, magari con autoironia (il gioco di parole sul deserto-dessert con il direttore della fotografia francese o l’incontro con il giovanissimo fan che mima le mitragliate di “Scarface”) e sicuramente con la sincerità del suo ultimo sguardo, stralunato, nella cinepresa. 

La “Distribuzione Indipendente”, alla fine della proiezione stampa (il film esce in una versione esclusiva per le sale italiane il prossimo 12 maggio), ha fatto notare che non vi è alcun riferimento, in “Wilde Salomè”, a un’altra opera fondamentale di Oscar Wilde: “Il ritratto di Dorian Gray”. La risposta potrebbe essere che grandi personaggi come Wilde o come Pacino, con la loro vita e le loro opere, hanno già fatto un patto col diavolo… E a chi scrive, forse per il momento storico, forse per lo stesso luogo in cui lo scrive, forse guardando Al Pacino e questo suo film ridondante di spunti, forse perché il radicale Oscar Wilde ha avuto idee visionarie e libertarie simili, che pure gli sono costate un ostracismo doloroso (e fatale), viene in mente un altro diabolico geniaccio, che si chiama Marco Pannella e che nessun esegeta, epigono o presunto erede può raccontare o incarnare meglio di lui stesso. 

Così, mentre la penna potrebbe scrivere ancora delle tante sensazioni – anche o proprio perché scollegate e personalissime – che “Wilde Salomè” suscita, si può concludere azzardando un ultimo “forse”: forse è proprio un bel film. Anche se non è un film.

© Paolo Izzo – recensione pubblicata da Agenzia Radicale

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